Simone Comi - Geopolitics and International Relations

February 6, 2010

Una nuova strategia statunitense per l’area del Pacifico?

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La Casa Bianca sembra aver lanciato una nuova strategia nell’area del Pacifico, incentrata su un intervento politico e strategico più incalzante. Mentre con la Cina l’amministrazione Obama sembra esser pronta ad un confronto serrato a livello politico e diplomatico, per spingere il governo di Pechino ad avallare nuove sanzioni ed un atteggiamento deciso rispetto alle questioni riguardanti il nucleare iraniano e quello nordcoreano, al governo iraniano vengono inviati segnali sempre più chiari e minacciosi. Il dislocamento di unità anti-missilistiche nella zona dello Stretto di Hormuz, e gli accordi con alcuni paesi della regione, lasciano pensare che l’amministrazione Democratica stia cercando di limitare il più possibile le opzioni propagandistico-militari iraniane, in modo da costringere i negoziatori impegnati nelle discussioni sul programma nucleare a mantenere un atteggiamento più morbido e ricettivo rispetto a quelle che sono le richieste e le condizioni poste dalla comunità internazionale.

 

Le dichiarazioni a favore della completa libertà di utilizzo della rete telematica e la vendita di armi a Taiwan hanno provocato un subitaneo innalzamento della tensione tra Washington e Pechino. La Casa Bianca sembra aver lanciato un’offensiva politico-diplomatica nei confronti della Cina, con lo scopo di garantire la stabilità e la sicurezza nello stretto di Taiwan e indurre al contempo il governo cinese ad appoggiare con maggior vigore le iniziative statunitensi e della comunità internazionale rispetto alle questioni del programma nucleare iraniano e di quello nordcoreano. La risposta cinese non si è fatta attendere e il governo ha deciso di sospendere gli scambi militari e i rapporti in materia di sicurezza con gli Stati Uniti, minacciando al contempo di imporre sanzioni commerciali alle aziende che venderanno armi a Taiwan. Le dichiarazioni ufficiali rilasciate dai rappresentanti dei due paesi lasciano trasparire uno stato di tensione che potrebbe ulteriormente esacerbarsi e le posizioni diplomatiche sembrano essere quanto mai distanti e contrapposte. Da una parte Jim Jones, consigliere per la Sicurezza nazionale di Barack Obama, ha cercato di smorzare i toni della polemica dichiarando che i due governi sono impegnati a costruire una relazione forte e che la fornitura di armi, oltre ad essere di carattere difensivo, rientra nell’ambito del Taiwan Relations Act, accordo che il governo statunitense intende rispettare. Dall’altra, l’esecutivo cinese sembra pronto a ritirare l’appoggio, e anzi a porre il veto, a nuove sanzioni internazionali contro il governo di Teheran, bloccando di fatto l’avanzamento delle discussioni sul dossier nucleare iraniano e, probabilmente, anche su quello nordcoreano.

 

La decisione del Pentagono di dislocare nell’area del Golfo Persico un numero imprecisato di unità Aegis, dotate di radar e missili intercettori in grado di distruggere missili a corto e medio raggio, sembra essere invece un preciso segnale al governo di Teheran. Creare uno scudo radar e difensivo nella zona dello Stretto di Hormuz significa togliere la possibilità al regime iraniano di minacciare un attacco missilistico contro Israele, contro le basi statunitensi nella regione o contro i paesi del Golfo ostili al paese degli ayatollah. L’unico vettore capace infatti di superare il sistema Aegis potrebbe essere lo Shebab-3, ancora in fase sperimentale e lontano quindi dal poter essere utilizzato dalla Forze Armate iraniane in situazioni operative. Al contempo gli Stati Uniti, dopo aver firmato con Qatar, Kuwait, Bahrein e Emirati Arabi Uniti accordi per il dislocamento delle unità navali nella regione, forniranno missili Patriot al governo kuwaitiano impegnato nel rinnovamento delle proprie difese missilistiche e incrementeranno probabilmente il numero degli effettivi in Arabia Saudita, che passeranno da 20.000 a 30.000 unità. L’ iniziativa della Casa Bianca dovrebbe limitare le opzioni iraniane nel caso di ulteriori difficoltà sul fronte negoziale: senza più la reale possibilità di minacciare attacchi missilistici contro i paesi della regione, il regime di Teheran sembra aver perso un’importante strumento di propaganda per mettere in difficoltà i negoziatori internazionali. Il Congresso statunitense ha inoltre approvato una risoluzione che consentirebbe al presidente di imporre nuove sanzioni nazionali contro l’Iran, tra cui quella che prevede interventi contro le aziende straniere che riforniscono il paese di benzina. Per un paese come l’Iran, che soffre la storica carenza di raffinerie e quindi fortemente legato all’importazione di idrocarburi già lavorati, potrebbe rivelarsi dunque estremamente pericoloso mantenere un atteggiamento diplomatico di aperta ostilità durante i negoziati.

 

E’ difficile poter prevedere ora se le iniziative poste in essere dall’amministrazione guidata da Barack Obama porteranno o meno ad un successo in sede negoziale su questioni che si trascinano ormai da tempo, che paiono essere ancora lontane da una conclusione minimamente condivisa. Difficilmente gli Stati Uniti potranno tenere a lungo una postura così rigida, e per certi versi sfrontata, in una regione caratterizzata da un’estrema fluidità in termini di strategie politiche e diplomatiche. Washington dovrà cercare, in primo luogo, di allentare le tensioni con la Cina, affinché questa non si trasformi in un ostacolo, insormontabile, sui diversi tavoli negoziali. L’astensione di Pechino sembrava esser certa in caso di voto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non sarebbe però da escludersi la possibilità che, a fronte di quanto successo, il governo cinese decida di porre il veto, e di rimandare ancora, un ulteriore inasprimento delle sanzioni internazionali contro Teheran, facendo segnare al contempo un arretramento dei rapporti tra il gigante asiatico e la superpotenza statunitense.

January 30, 2010

Il discorso sullo stato dell’Unione, primo passo per il rilancio dell’appeal presidenziale ?

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Rilancio dell’occupazione nel 2010 e risanamento dei conti pubblici nel 2011. Questi i due punti fondamentali per la politica interna presentati da Barack Obama al Congresso, e alla nazione intera, nel primo discorso sullo stato dell’Unione pronunciato da quando è arrivato alla Casa Bianca. Un programma ambizioso, che si rivelerà certo di difficile attuazione. Che sembra però aver riportato a Washington quel pathos politico persosi negli ultimi mesi tra sterili dichiarazioni d’intenti e comunicati stampa scarni, quando non di taglio puramente informativo. Barack Obama ha posto a sé stesso e alla squadra di governo nuovi traguardi per il prossimo biennio, come fece in campagna elettorale e nel discorso di apertura della sua presidenza. L’amministrazione sarà però impegnata a far fronte a 7 milioni di posti di lavoro volatilizzatisi negli ultimi due anni di crisi e ad un livello di disoccupazione che ha ormai superato una barriera inquietante negli Stati Uniti, quel 10% mai più raggiunto dopo il 1983. Come scritto nell’articolo della scorsa settimana (inserire link), quel corto circuito comunicativo che sembra essersi creato tra il presidente e l’opinione pubblica dopo l’ingresso alla Casa Bianca del neo inquilino Barack Obama potrebbe distruggere quanto di buono i Democratici hanno saputo presentare al paese in questi mesi. La riforma del sistema sanitario e il sostegno alle banche e all’economia, misure che non sono state spiegate a fondo e percepite quindi dall’opinione pubblica come poco utili per il benessere del singolo cittadino, si sono rivelate in realtà un giusto compromesso tra il bisogno di riforme e la necessità di adoperarsi per salvare un settore fondamentale caduto in una crisi profonda. Il programma di Obama per il prossimo biennio oltre che ambizioso, come già detto sopra, sarà articolato in più punti: riforma finanziaria, innovazione in campo energetico, incremento delle esportazioni e maggiori investimenti nel campo dell’educazione e della ricerca. Il successo dell’azione governativa potrebbe dipendere in buona parte dalla riforma del settore finanziario e dal raggiungimento degli obiettivi posti in campo commerciale. Nel discorso pronunciato davanti al Congresso il presidente ha sottolineato che, per sostenere la crescita dell’occupazione, gli Stati Uniti dovranno raddoppiare le esportazioni nell’arco dei prossimi cinque anni. Per far questo la Casa Bianca ha intenzione di utilizzare i 30 miliardi di dollari di fondi che gli istituti di Wall Street dovranno restituire al governo e Obama ha sottolineato che l’attuale amministrazione continuerà a proteggere l’economia del paese, imponendo, se servirà, tasse supplementari ai grandi istituti bancari o finanziari di Wall Street. Queste iniziative serviranno a supportare le banche statali, o regionali, di modo che queste riescano, a loro volta, a concedere credito alle piccole e medie imprese, chiamate quindi ad essere il vero motore della crescita occupazionale. Allo stesso tempo la Casa Bianca lavorerà per cercare di ridurre, se non estinguere, il deficit di bilancio, attestatosi a quota 1.416 miliardi di dollari nel 2009 e previsto a 1.350 miliardi di dollari per l’anno 2010. Il presidente ha confermato che verranno congelate le spese pubbliche non urgenti, o indispensabili, e verrà creata una commissione, formata da membri di entrambi i partiti, per vigilare sull’andamento del programma di riduzione del debito pubblico. Resta da verificare quale sarà il futuro della riforma sanitaria ora che i Democratici hanno perso la maggioranza al Senato. Barack Obama ha chiesto al Congresso riunito in sessione plenaria di completare l’opera di riforma e ha ammesso al contempo gli errori della Casa Bianca. Rivolgendosi ai Senatori repubblicani ha auspicato, se non un aperto sostegno, almeno un voto favorevole al progetto di riforma della sanità presentato qualche mese fa, a dimostrazione della volontà di non abbandonare quei cittadini che non riusciranno più a permettersi di pagare un’assicurazione sanitaria privata. Ugualmente il presidente ha chiesto un voto favorevole alla legge sul clima, così che possano essere incentivati l’efficienza energetica e l’utilizzo delle energie alternative o “pulite”. Entrambi i progetti sono bloccati al Senato e rischiano di rivelarsi un fallimento di non poco conto nel caso in cui non venissero approvati dai Repubblicani moderati, che fino ad ora si sono però schierati contro le iniziative della Casa Bianca.

 

Dopo una vittoria schiacciante alle elezioni presidenziali ed un primo anno carico di speranze, rivelatosi per certi versi più ostico del previsto, il presidente sarà ora costretto a cercare con sempre più convinzione l’appoggio delle ali moderate del Partito Repubblicano per poter dar vita alle riforme e agli interventi promessi agli elettori. Il discorso sullo stato dell’Unione potrebbe rivelarsi, mediaticamente, un buon trampolino di lancio per recuperare l’ appeal perso negli ultimi mesi, ma il futuro di Obama sarà legato maggiormente alla capacità dell’amministrazione Democratica di presentare progetti strutturati su linee guida condivisibili da entrambi gli schieramenti. Conquistare il voto Repubblicano al Congresso potrebbe rivelarsi la sfida più dura, e al contempo fondamentale, per tentare di conquistare un secondo mandato alla Casa Bianca.

January 12, 2010

La lunga lotta al terrorismo passa anche dallo Yemen

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Il fallito attentato aereo delle scorse settimane e le conseguenti polemiche sull’incapacità di previsione dei servizi di intelligence statunitensi hanno riportato a Washington un clima caratterizzato da tensioni, paure e critiche. Le polemiche hanno spesso catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica, che per certi versi sembra essere ricaduta in un isterismo dettato dalla paura che possa verificarsi un nuovo 11 settembre. Alla Casa Bianca quanto successo ha suscitato inizialmente un certo nervosismo e una dura reazione da parte di Barack Obama, giunto a dichiarare una pronta risposta contro chiunque fosse coinvolto nel tentato attacco terroristico. Nei giorni immediatamente successivi l’esecutivo ha però deciso di riportare entro limiti precisi le dichiarazioni dei funzionari e la linea strategica da seguire, in modo da poter rispondere efficacemente ad eventuali eventi di questo tipo sia in territorio nazionale che in caso di attacchi contro le sedi diplomatiche nel mondo. L’immediata chiusura dell’ambasciata in Yemen ha indotto molti analisti a pensare alla possibilità di pesanti ed immediate ritorsioni di tipo militare contro i campi di addestramento di Al Qaeda nel paese. Per alcuni giorni gli organi di stampa internazionale hanno prospettato l’apertura di un nuovo fronte di guerra, il terzo nella regione, e quindi la possibilità di interventi diretti dei militari in suolo yemenita. Nulla di tutto ciò è avvenuto e l’apparente immobilità statunitense sembra poter essere un ulteriore prova del nuovo corso che Barack Obama ha impresso all’approccio dell’esecutivo verso le questioni di politica internazionale.

A pochi giorni dal tentato attacco al volo della Delta Airlines da parte dello studente nigeriano Abdulmuttallab, la Casa Bianca ha fatto sapere che non sarebbe stato aperto un nuovo fronte di guerra contro Al Qaeda nello Yemen. John Brennan, consigliere del presidente per il terrorismo con alle spalle una lunga carriera nella CIA, ha dichiarato che l’esecutivo statunitense è pronto anzi a sostenere il governo di San’a e che gran parte dei 90 prigionieri yemeniti di Guantanamo saranno rimpatriati nel loro paese solo nei tempi opportuni e nei modi adeguati. Quest’ultima precisazione è senza dubbio un segno del fatto che, pur volendo supportare il governo yemenita nella lotta ad Al Qaeda, la Casa Bianca preferisce non correre il rischio di dover assistere a pericolose evasioni di terroristi pronti a rientrare attivamente nella lotta contro gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, i servizi di intelligence statunitensi cercheranno una maggior collaborazione con il Mukhabarat yemenita e il GSS saudita, attivo in Yemen già da qualche tempo, così da poter monitorare le attività dei gruppi sospettati di far parte di Al Qaeda o di essere in contatto con Nasser Al Wahishi, uno dei leader qaedisti più attivi nella zona negli ultimi mesi. Come prima misura volta a scongiurare la possibilità di ulteriori tentativi di attacco a velivoli civili, i passeggeri in arrivo negli Stati Uniti da 14 paesi considerati a rischio dovranno passare una rete di controlli più severa che quella approntata finora, decisione che ha scatenato aspre critiche ma che sembra essere un atto dovuto dopo quanto è successo nelle ultime settimane.

Di certo la Casa Bianca disporrà cambiamenti importanti all’interno dei servizi di intelligence: Barack Obama ha dichiarato che i servizi di sicurezza hanno fallito in maniera disastrosa poiché avevano complessivamente abbastanza informazioni per prevenire l’attentato sul volo della Delta Airlines. La mancanza di coordinamento fra le differenti agenzie di intelligence è uno dei problemi “storici” del comparto della sicurezza a stelle e striscie. Già nel recente passato la mancanza di condivisione di notizie sensibili è costata alla Casa Bianca e al paese intero un prezzo altissimo: prima degli attacchi al World Trade Center erano state raccolte infatti notizie sufficienti a ricostruire il quadro di una situazione potenzialmente esplosiva ma la mancanza di canali di dialogo tra le agenzie ha poi impedito un’efficace azione di prevenzione. Al momento i servizi di intelligence statunitense sembrano vivere un momento particolarmente difficile. Negli stessi giorni del tentato attacco al volo Delta, sette agenti della CIA sono morti in un attacco suicida organizzato da un infiltrato in Afghanistan, reclutato dopo la sua cattura nel 2007 e conosciuto anche dai servizi di intelligence siriani. Dopo alcune missioni concluse in maniera positiva, secondo gli analisti, che hanno ipotizzato il perché di tale gesto, sembra essersi fatta largo l’ipotesi che in realtà l’infiltrato si sia trasformato da subito in un agente del controspionaggio per Al Qaeda. L’attacco suicida, avvenuto all’interno di una base militare statunitense, ha rivelato lacune profonde nel sistema di sicurezza e gestione degli agenti reclutati nella regione. Non è infatti il primo caso di un infiltrato che dopo aver lavorato su entrambi i fronti decide di espiare le sue colpe scegliendo la via del martirio. E’ forse ancora troppo presto per poter ipotizzare quali saranno le decisioni di Barack Obama e delle alte gerarchie dell’intelligence per cercare di uscire da questa situazione di difficoltà operative. Di certo però un’eventuale epurazione sarà silente. Poco si saprà all’esterno di eventuali rimozioni o rivoluzioni all’interno delle agenzie, ma qualcosa, questo è certo, dovrà cambiare.

Mai come ora gli Stati Uniti avrebbero bisogno di servizi di intelligence capaci di lavorare in teatri ostili e di prendere quelle iniziative che un esecutivo non può permettersi di ordinare. Da anni ormai il comparto militare ha preso il sopravvento, in termini di libertà operative e fondi, erodendo lentamente la possibilità, ad esempio della CIA, di operare nei diversi teatri di conflitto come già fece nel passato, seppur con alterne fortune. Resta da verificare se Barack Obama deciderà di continuare sulla via tracciata dai suoi predecessori o se rilancerà il ruolo dei servizi di intelligence in territorio statunitense e all’estero, primo passo verso una più efficace opera di contrasto ad un nemico che non utilizza le tattiche della guerra tradizionale e i cui attacchi potrebbero essere prevenuti semplicemente con un miglior coordinamento tra le diverse Agenzie.

December 18, 2009

Washington ed Ankara: così vicini, così lontani

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La recente visita di Phil Gordon in Turchia sembra aver fatto chiarezza sulla posizione della Casa Bianca rispetto a quella che, negli ultimi mesi, è stata presentata da molti commentatori come la “ridefinizione strategica” degli interessi di Ankara. Il governo turco sembra volersi proporre in modo sempre più deciso nel ruolo di interlocutore primario per le questioni riguardanti il Medio Oriente e il diplomatico statunitense ha precisato che, sebbene permangano visioni differenti su alcuni temi, i due paesi rimangono legati da un rapporto solido. La Turchia continuerà ad essere quindi uno dei partner fondamentali degli Stati Uniti e da quanto emerso la Casa Bianca non sembrerebbe vivere con particolare apprensione il rinnovato impegno turco. In realtà a Washington sono in molti a chiedersi quale sarà nel prossimo futuro il senso della partecipazione nell’Alleanza Atlantica di una Turchia sempre più rivolta verso oriente. Le posizioni di alcuni alleati dell’Unione Europea, che non sembrano disposti ad accettare la Turchia tra gli Stati membri, ed eventuali nuove tensioni con Gerusalemme, dopo quelle che hanno seguito le esercitazioni militari congiunte con la Siria, non sembrano inoltre favorire le relazioni tra Washington ed Ankara. La Casa Bianca, inoltre, dovrà probabilmente tener conto delle pressioni diplomatiche dell’alleato israeliano e possibili frizioni potrebbero nascere anche rispetto alla partecipazione delle truppe turche alla missione in Afghanistan. Lo scorso 7 dicembre Barack Obama ha infatti chiesto al presidente Erdogan di intensificare gli interventi delle unità impegnate in Enduring Freedom rivedendo al contempo le regole d’ingaggio, che sembrano aver limitato finora le attività di contrasto e prevenzione degli attentati nell’area. Il presidente statunitense ha inoltre auspicato l’appoggio turco ai prossimi interventi della comunità internazionale sulla questione del nucleare iraniano. Molti prevedono infatti che entro la fine dell’anno saranno proposte nuove sanzioni contro Teheran, il cui unico legame con la comunità internazionale è proprio Ankara. Barack Obama ha quindi invitato la Turchia ad unirsi ai paesi che vogliono evitare che l’Iran possa sviluppare un sistema nucleare, così da poter lasciare eventualmente al Primo Ministro turco il ruolo di intermediario con il governo guidato da Ahmadinejad. A questo proposito Erdogan è apparso però piuttosto riluttante, sottolineando che la questione del nucleare iraniano è sembrata a molti un processo sommario, caratterizzato da una certa fretta e senza una vera fase consultiva. Il leader turco ha comunque confermato che l’esecutivo di Ankara potrebbe impegnarsi nel ruolo di mediatore o negoziatore tra le parti, senza però fornire alcuna garanzia a proposito e lasciando la questione avvolta da un’incertezza che potrebbe portare ad una sostanziale immobilità sul fronte diplomatico. Discutendo di Iraq e della questione curda, Obama ed Erdogan hanno sottolineato come l’essere alleati nella NATO vincoli entrambi i paesi a supportarsi in quei territori colpiti da attacchi da parte di formazioni terroristiche. La Turchia potrebbe svolgere, secondo la Casa Bianca, un ruolo fondamentale nella normalizzazione della zona di Kirkuk e più in generale nei rapporti con il Governo regionale del Kurdistan, mantenendo al contempo un atteggiamento conciliante con le comunità curde all’interno del territorio statale. Barack Obama ha dichiarato che gli Stati Uniti considerano il Partito dei Lavoratori Kurdi (PKK) un’organizzazione terroristica, sottolineando inoltre che la minaccia terroristica in Turchia e in tutta la regione è, e sarà nel prossimo futuro, costantemente monitorata dagli apparati di sicurezza di entrambi i paesi. I due leader si sono detti d’accordo nell’affermare che uno degli obiettivi per i prossimi mesi sarà di dimostrare ai curdi che è nei loro interessi non sostenere attività militari o di tipo terroristico, cercando di risolvere i conflitti attraverso mezzi politici. Per fare questo Washington ed Ankara percorreranno probabilmente due strade diverse, possibilità che lascia pensare ad un probabile raffreddamento dei rapporti tra i due governi. Barack Obama ha già dato prova della volontà di superare problemi formali concentrandosi su quelli che sono gli interessi reali dei differenti attori, restano però da verificare le reali intenzioni turche per il prossimo futuro rispetto a questioni fondamentali come l’impegno nella lotta al terrorismo in Afghanistan e le delicate relazioni diplomatiche con i paesi della zona mediorientale.

 

La presunta volontà del governo di Ankara di proporsi come primo interlocutore per le questioni riguardanti la regione del Medio Oriente allargato potrebbe costituire l’ostacolo più grande per le relazioni tra i due paesi. Difficilmente la Casa Bianca accetterà un ruolo di secondo piano in situazioni delicate o che potrebbero ledere gli interessi statunitensi o di alleati storici come Israele. Il pragmatismo di Barack Obama potrebbe servire per creare una situazione di equilibrio ed essere un elemento fluidificante nei momenti in cui crescerà il rischio di attriti tra i due paesi. Non si può comunque escludere a priori la possibilità di una deriva della Turchia verso Oriente. Sempre più staccata dall’Europa, lontana da Washington e dall’Occidente, sempre più perno attorno a cui ruoteranno gli interessi di una regione politicamente instabile.

December 4, 2009

Corsi e ricorsi storici, in Afghanistan un nuovo Vietnam?

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Alla fine è arrivata. Dopo settimane di colloqui e discussioni con i consiglieri militari e i membri dell’amministrazione più fidati, Barack Obama ha deciso di inviare in Afghanistan 30.000 nuove unità combattenti a supporto di quelle già schierate. La strategia statunitense sembra aver dato finora ben pochi frutti e dopo anni di aspri combattimenti la situazione nel paese asiatico è ancora caratterizzata da instabilità e profonde paure. La decisione del presidente ha avuto come prima conseguenza diretta lo slittamento, di almeno un biennio, della data del ritiro dell’esercito statunitense. La Casa Bianca ha ammesso infatti che i tempi non sono ancora maturi per poter pianificare il rientro delle truppe impegnate in Afghanistan, confermando così le previsioni, e gli auspici, di molti analisti. Un calo repentino della popolarità presidenziale presso l’opinione pubblica potrebbe essere un’ulteriore diretta conseguenza della scelta di incrementare nuovamente il numero delle truppe impegnate. Rafforzare i contingenti schierati in un teatro così lontano, e proseguire una guerra ormai invisa anche ai più convinti sostenitori della prima ora, potrebbe inoltre costare al Partito Democratico un alto prezzo in termini di consenso elettorale alle prossime elezioni per il rinnovo del Congresso. Barack Obama ha dichiarato che il ritiro delle truppe avverrà nel 2011, esattamente un anno prima delle elezioni presidenziali di mid-term e nei tempi giusti per poter fare della decisione un punto di forza della futura campagna elettorale. L’impegno assunto potrebbe però rivelarsi presto una scommessa azzardata: non si può infatti escludere che all’aumento delle truppe e ad un probabile cambio di strategia corrispondano un maggior controllo sul territorio o la pacificazione delle zone tribali in cui sono i talebani a dettare legge. Nello scenario peggiore per l’attuale amministrazione democratica, la scelta di Barack Obama potrebbe portare alla sconfitta nelle prossime elezioni di mid-term o alla possibile decisione di non ricandidarsi per un secondo mandato presidenziale per le stesse motivazioni che frenarono Lyndon Johnson nel 1968. Sono in molti a sostenere che l’Afghanistan sarà per gli Stati Uniti un nuovo Vietnam, ma in realtà la situazione potrebbe trasformarsi in un ricorso storico di qualche anno più recente. Gli Stati Uniti potrebbero infatti ritrovarsi nelle stesse condizioni in cui si trovò l’Unione Sovietica vent’anni fa proprio nello stesso paese. I russi furono costretti a lasciare le valli afghane dopo aver combattuto per un decennio, senza raggiungere risultati degni di nota e anzi consegnando di fatto il paese al regime che si era cercato di sconfiggere. Stesso futuro potrebbe attendere gli statunitensi e gli alleati della coalizione, a tutto vantaggio delle forze talebane e di paesi vicini, come l’Iran, o fazioni vicine agli estremisti islamici come in Pakistan. La richiesta avanzata da Obama agli alleati europei e non, nuove truppe e un differente approccio alla missione Enduring Freedom, sembra apparire inoltre come un tentativo di verificare quali governi sono pronti a sostenere il rinnovato impegno statunitense. Il portavoce della NATO James Appathurai ha confermato che più di 20 paesi si sono detti disponibili ad inviare nuove truppe in Afghanistan, per un totale di soldati che supera le 5000 unità. Secondo le parole di Appathurai questo mostra la chiara determinazione degli alleati a sostenere la strategia di Obama. C’è da sottolineare però che in Europa, al momento, solo Italia e Polonia hanno risposto con una certa prontezza all’invito della Casa Bianca, mentre Francia e Germania hanno scelto un approccio più attendista. L’Eliseo si è limitato infatti a confermare l’impegno a mantenere le truppe già schierate mentre da Berlino hanno fatto sapere che la decisione sull’invio di nuove unità verrà presa solo a Gennaio, in occasione della conferenza internazionale di Londra sull’Afghanistan.

 

La strategia di Barack Obama sembra aver raccolto un consenso parziale al di qua dell’Atlantico e non sarebbe da escludersi l’ipotesi che entrambi i maggiori paesi UE decidano di garantire solo formalmente il loro appoggio alle scelte della Casa Bianca. In un momento in cui anche la Russia e la Cina hanno annunciato che sosterranno lo sforzo di Washington per la pacificazione del paese asiatico, sembra essere solo l’Europa a presentarsi, ancora una volta, divisa e indecisa rispetto alla strada migliore da seguire per rafforzare, anche in prospettiva futura, i rapporti con la Casa Bianca.

November 20, 2009

Stati Uniti e Cina, possibile parlare di un vero G2?

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La visita di Barack Obama in Cina ha chiarito in maniera definitiva e piuttosto esplicita quali potenze guideranno l’economia mondiale nei prossimi anni. Obiettivo primario di Stati Uniti e Cina sarà di mantenere entro binari certi quel corso economico che è deragliato nell’ultimo biennio a causa della crisi. Il tour asiatico di Obama non sembra aver però raccolto consensi al di qua del Pacifico: in patria il presidente statunitense è stato attaccato duramente da più fronti e commentatori di entrambi gli schieramenti politici hanno criticato le posizioni diplomatiche e le dichiarazioni pronunciate davanti ai leader cinesi. Anche i giornali non hanno risparmiato dure accuse alla Casa Bianca, definendo la missione deludente nei toni e arrendevole nell’approccio a quella che viene considerata la nuova superpotenza in ascesa. La risposta del portavoce presidenziale è stata piuttosto ironica: Robert Gibbs ha infatti precisato che nessuno dei partecipanti agli incontri si aspettava l’apertura delle acque come nel passo biblico in cui Mosè attraversò il Mar Rosso. A parte la delusione di coloro i quali attendevano il viaggio di Obama in Cina come un evento di tipo messianico, la visita sarebbe anzi da considerarsi soddisfacente per la varietà di temi discussi e la possibilità di confronto tra i leader delle due maggiori economie globali.

 

Washington e Pechino sono economicamente interdipendenti e complementari e questo legame dovrebbe rivelarsi indissolubile almeno per tutto il prossimo decennio. Quella che sembrava essere solo un’ ipotesi fino a pochi anni fa è ormai realtà, con dati economici e l’atteggiamento dei due governi a conferma di quanto molti analisti, finanziari e non, sostengono da tempo. Differente è però considerare Stati Uniti e Cina come i paesi che guideranno a livello politico i consessi internazionali e un’arena che sembra farsi sempre più anarchica. Sebbene l’economia globale possa essere un denominatore comune abbastanza solido su cui poter poggiare un’intesa di massima tra i due paesi, questa potrà portare, nella migliore delle ipotesi, a decisioni condivise sulla direzione da dare alla crescita ed allo sviluppo. Il rischio maggiore è però che le due leadership si trovino ben presto a scontrarsi: differenze culturali, sociali e valoriali profonde separano infatti le due sponde del Pacifico. Difficilmente gli Stati Uniti e la Cina riusciranno a trovare nei prossimi anni una visione condivisa del futuro, elemento fondamentale se ci si propone di guidare insieme un sistema complesso come quello internazionale. Per questo è probabile che quello che viene da molti definito come il prossimo governo mondiale non resti in realtà null’altro che un duopolio economico, circoscritto a settori ben precisi e non in grado di determinare grandi mutamenti né per quanto riguarda la struttura del sistema internazionale né su questioni di minor impatto ma ugualmente importanti.

 

Fin dal giorno del suo insediamento Barack Obama sta cercando di gestire il ridimensionamento della leadership statunitense, corrosa da un decennio di scelte ideologiche in campo internazionale e da una presidenza per nulla incline ad ascoltare i consigli degli alleati o le parole di coloro che venivano definiti, a volte un po’ semplicisticamente, nemici. Negli Stati Uniti sono in molti a chiedersi se Obama non abbia concesso fin troppo, nella forma diplomatica e nell’approccio, a quello che viene considerato il primo concorrente globale anche sul piano politico. La Cina è dipinta a Washington, ma non solo, come una versione economicamente riveduta e corretta dell’Unione Sovietica, sovrapposizione rischiosa che è rimasta probabilmente davanti agli occhi dell’opinione pubblica statunitense per almeno un decennio. L’attuale strategia del nuovo presidente risulta poco chiara a molti dei suoi connazionali, probabilmente in difficoltà ad accettare che gli Stati Uniti non sono più considerati all’estero, e da considerare in patria, il faro destinato ad illuminare il mondo. Allo stesso tempo, però, questa frattura voluta da Obama rispetto ad un passato ancora troppo prossimo, potrebbe rilanciare a livello globale la Casa Bianca. Come interlocutore primario in caso di situazioni di crisi e ancor più nel ruolo di baricentro globale di un sistema che sta andando verso una multipolarità, di tipo macroregionale, a noi ancora sconosciuta.

October 30, 2009

Pakistan, il prossimo teatro di guerra per gli Stati Uniti?

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Negli ultimi mesi il Pakistan è diventato uno dei fronti più caldi dell’offensiva occidentale contro le cellule terroristiche e i gruppi talebani che hanno le loro basi operative nelle valli delle regioni di confine, nel nord del paese. Da tempo le Forze Armate statunitensi hanno intensificato le missioni aeree e quelle di terra, spingendosi spesso in territorio pakistano ed arrivando in qualche occasione a scontrarsi con reparti speciali dell’esercito di Islamabad. La situazione è andata esacerbandosi negli ultimi mesi, tanto che ora a Washington non si parla solo di afghanizzazione del conflitto ma si ventila l’ipotesi di alleggerire la pressione militare sulle regioni dell’Afghanistan, per aumentarla nelle zone di confine con il Pakistan. E’ stato lo stesso vicepresidente Joe Biden, profondo conoscitore di politica estera, a proporre una possibile nuova strategia per la regione. Nuovo corso strategico che non solo consentirebbe di bloccare l’incremento di truppe richiesto dal comandante McChrystal, ma che potrebbe consentire un sostanzioso ritiro degli effettivi schierati ed impegnati nelle azioni di terra. Aumentare le missioni delle squadriglie aeree potrebbe portare, secondo Biden e molti Congressmen Democratici, a migliori risultati nella caccia ai terroristi e ai capi talebani, evitando al contempo perdite di soldati, impegnati nella caccia su un terreno aspro e in cui gli agguati sono eventi ormai all’ordine del giorno.

 

Da parte pakistana non sono giunti commenti alla proposta di Biden e sul fronte politico interno sembra convivere un dualismo latente che potrebbe creare più di un problema nel prossimo futuro. Se da una parte il presidente Asif Ali Zardari sembrava accettare di buon grado eventuali interventi in territorio pakistano, di differente avviso è parso il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Generale Ashfaq Parvez Kayani. Quest’ultimo ha infatti risolutamente condannato i raid statunitensi entro i confini del paese, mostrando una certa riluttanza ad accettare eventuali interventi concordati preventivamente e costringendo il presidente a fare altrettanto, per evitare una spaccatura interna su un tema così delicato. Sulla questione l’atteggiamento pakistano rimane quindi avvolto da incertezza, situazione che non aiuta di certo il dialogo e la condivisione di obiettivi comuni con l’alleato statunitense. La dualità di posizioni e la fumosa distribuzione del potere tra Islamabad, sede del potere politico, e Rawalpindi, sede del quartier generale dell’esercito, potrebbe inoltre portare a tensioni e scontri all’interno dello stesso establishment pakistano.

 

Al momento la Casa Bianca ha assunto un atteggiamento particolarmente attendista, probabilmente l’unico possibile in una partita in cui troppe pedine devono ancora trovare una posizione soddisfacente e stabile, su una scacchiera che appare oggi quanto mai pericolosa. Per due motivi Barack Obama ha momentaneamente deciso di congelare le decisioni sull’aumento delle truppe schierate. Il 7 novembre il popolo afghano sarà chiamato ad esprimersi nuovamente per eleggere il futuro presidente. Difficilmente Karzai verrà sconfitto e, a meno di eventi inaspettati, continuerà a godere del sostegno della Casa Bianca. La situazione è comunque molto fluida e non si può escludere a priori che il risultato delle urne smentisca quanto finora sostenuto da molti analisti. In secondo luogo ottobre è stato un mese particolarmente duro per l’esercito, con un elevato numero di caduti in azioni di guerra e pattugliamento. La guerra in Afghanistan è già particolarmente invisa all’opinione pubblica: non sarebbe una mossa politica dettata dalla saggezza decidere di aumentare il numero di soldati dopo un mese di lutti e difficoltà. La Casa Bianca attenderà quindi il risultato delle elezioni prima di presentare la nuova strategia per il paese asiatico.

 

L’escalation militare non è la sola possibilità per Barack Obama e la migliore alternativa sembra averla fornita Joe Biden. Quella del vicepresidente è una strategia che di certo permetterà all’amministrazione di recuperare qualche punto percentuale nei sondaggi di gradimento, ma potrebbe costare un prezzo molto alto in termini di tensioni e crisi nella regione. Aumentare la pressione sul Pakistan, che come detto prima non vive già una situazione di perfetta stabilità interna, potrebbe infatti favorire il diffondersi di tensioni sempre più aperte e dure tra i due centri del potere, tra il Presidente Zardari e il Generale Kayani. Situazione che, per un paese avvezzo ai colpi di Stato da parte dei membri delle Forze Armate, potrebbe voler dire tornare a vivere in un passato abbastanza recente. O, scenario ancor peggiore, favorire una nuova offensiva dei talebani nelle regioni di confine e un possibile allargamento del fronte degli scontri fino ad Islamabad.

October 23, 2009

Oppio e traffico di droga, il problema Afghanistan non è solo strategico-militare

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La pubblicazione dell’ultimo rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per le Droghe e il Crimine (UNODC) riporta all’attenzione dell’intera comunità internazionale un problema che troppo spesso passa in secondo piano, schiacciato tra notizie di incremento delle truppe o nuove strategie per pacificare una regione lacerata da scontri e attentati. Il traffico di droga e la coltivazione dell’oppio sono tra i mali che affliggono l’Afghanistan da sempre, ma che sembrano essere diventati fenomeni in continua espansione nonostante le campagne lanciate dalle più svariate agenzie internazionali. Da quanto di apprende dal rapporto UNODC i signori della droga avrebbero infatti visto salire i loro guadagni dopo l’invasione delle Forze Armate statunitensi e delle missioni NATO. I talebani, infatti, guadagnano attualmente con la tassazione ed il traffico di droga una cifra che si avvicina ai 125 milioni di dollari all’anno. Un incremento notevole degli introiti se si pensa che dieci anni fa i capi talebani guadagnavano infatti tra i 75 e i 100 milioni di dollari imponendo illecitamente imposte sul commercio di droga.

 

I talebani avrebbero inoltre creato una sorta di tassa sulla lavorazione dell’eroina e sull’importazione di precursori chimici che servono per la preparazione della polvere, mentre un ulteriore fonte di entrate proviene direttamente dal mercato degli oppiacei in Pakistan. Delle 3500 tonnellate di oppio che vengono fatte uscire ogni anno dai confini afghani almeno due terzi sarebbero già trasformati in eroina, tagliata e preparata in laboratori illegali di fortuna sia nelle regioni interne del paese che nelle zone a ridosso dei confini pakistani. Il viaggio dell’eroina è lungo: se la polvere non si ferma in Pakistan o in Iran, che secondo le stime bloccano circa il 20 ed il 17% della droga che transita entro i confini nazionali, arriva sul mercato europeo e su quello statunitense. Le stime indicano che nel 2008 in Europa sarebbero state consumate circa 90 tonnellate, in Russia circa 70 tonnellate e in Nord America si sarebbe arrivati alle 25 tonnellate. L’Afghanistan produce il 92% dell’oppio mondiale, l’Europa ne consuma il 19% mentre la Russia e l’Iran il 15%. Il giro d’affari si aggirerebbe intorno ai 65 miliardi di dollari, per un mercato che conta almeno 15 milioni di tossicodipendenti da sostanze illegali a base oppiacea e che potrebbe crescente ulteriormente nel prossimo futuro.

 

Sebbene siano stati approntati i più svariati programmi per la lotta alla produzione di oppio e al traffico di eroina non sembrano esserci stati miglioramenti di sorta in passato e la situazione rischia anzi di divenire sempre più ingovernabile. I soldi legati al traffico di droga servono infatti a finanziare una miriade di gruppi combattenti, una sorta di esercito la cui struttura è sempre più complessa e le cui truppe sempre più sparse nella regione. Secondo lo studio UNODC i fondi raccolti con il narcotraffico servono a finanziare le forze ribelli del Baluchistan, regione del Pakistan, il Partito Islamico del Turkmenistan e il movimento indipendentista islamico dell’Uzbekistan. Il rafforzamento di cellule islamiche o movimenti estremisti nei paesi della zona potrebbero creare ulteriore instabilità, senza contare che gli stessi talebani riescono a finanziare le loro attività terroristiche in tutto il paese grazie agli introiti legati alla tassazione delle attività illegali. Hamid Karzai e Abdullah Abdullah andranno al ballottaggio il prossimo novembre e chi vincerà avrà il compito di avviare una rivoluzione che porti il paese verso cambiamenti profondi a tutti i livelli. L’Afghanistan rischia infatti di trasformarsi in un fallimento strategico-militare che potrebbe avere pesanti ripercussioni lontano dai confini regionali. I progetti di tipo militare da parte degli Stati Uniti e della NATO serviranno a poco se non si riuscirà a bloccare un fenomeno che ha risvolti politici, economici e culturali di gran lunga più importanti. L’intera regione rischia di trasformarsi in una polveriera alimentata dai soldi della droga e da scontri etnici, politici e religiosi che difficilmente giungeranno ad una conclusione. La comunità internazionale sarà quindi chiamata a supportare più attivamente il futuro esecutivo: quello dell’oppio è infatti un problema internazionale che potrebbe avere risvolti geopolitici delicati anche per i paesi lontani dai campi di papaveri afghani.

October 16, 2009

Nuovo asse energetico e militare sino-russo nel Pacifico, verso una nuova Guerra Fredda?

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Settanta miliardi di metri cubi di gas e venticinque miliardi di dollari: questo il valore del patto siglato da Gazprom e China National Petroleum Corporation. Con questo agreement, negoziato direttamente dai due premier Wen Jabao e Wladimir Putin nel corso di colloqui ufficiali tenutisi a Pechino nei giorni scorsi, il gigante cinese corre in soccorso di un’economia russa che attraversa, ormai da alcuni mesi, una crisi produttiva profonda. Le previsioni degli economisti e le dichiarazioni dello stesso primo ministro russo Dmitri Medvedev indicano che nell’ultimo anno il paese ha prodotto il 7,5% in meno rispetto ai passati dodici mesi mentre la Cina crescerà di una percentuale variabile tra l’8,3 ed il 9%, un differenza sostanziale che potrebbe riscrivere gli equilibri geopolitici nell’area asiatica nel prossimo futuro e in prospettiva nel medio e lungo periodo.

 

Mosca fornirà a Pechino ogni anno 70 miliardi di metri cubi di gas ottenendo in cambio prestiti commerciali per 25 miliardi di dollari, i tecnici russi in collaborazione con quelli cinesi costruiranno una raffineria a Tianjin e gestiranno in joint venture tra le 300 e le 500 stazioni di rifornimento. Gazprom si è impegnata inoltre a fornire alla Cina gas liquido estratto da Sakhalin, ad ulteriore riprova della volontà di entrambi i paesi di stringere rapporti politico-commerciali sempre più profondi in tema di energia ed idrocarburi. Il vicepremier cinese Wang Qishan ha definito quella apertasi nei giorni scorsi come “una nuova fase di collaborazione a lungo termine” tra le due potenze, che riguarderà non solo il settore energetico ma anche quelli finanziario e militare. La Development Bank e la Agricultural Bank, entrambe cinesi, hanno infatti accordato a Vnesheconombank e a Vneshtorgbank, banche russe, un prestito da mezzo miliardo di dollari ciascuna e le Forze Armate dei due paesi si doteranno di una linea di comunicazione preferenziale per mantenere un contatto costante in caso di lanci di missili balistici contro i due paesi. Cina e Russia si candidano quindi a diventare il baricentro politico ed economico di una regione, quella del Pacifico, che sarà di fondamentale importanza per gli interessi globali. Al contempo, condividendo informazioni in campo di sicurezza militare, cercano di gettare basi comuni che possano consentire ad entrambe di affrontare eventuali sfide strategiche, in un futuro che sembra farsi ormai sempre più prossimo. Se nei prossimi quindici o venti anni il mondo assumerà sempre più una dimensione “Pacifico-centrica” non potranno essere che Pechino e Mosca a decidere di voler spostare a proprio favore gli equilibri regionali, a probabile detrimento di una posizione statunitense che sembra farsi sempre più debole nell’area asiatica.

 

Restano da verificare quali saranno le scelte statunitensi per la regione, sia a livello strategico che commerciale. Al momento scenari di scontro tra Washington e Pechino sembrano essere quanto mai utopici. Gli Stati Uniti sono fortemente indebitati e scatenare un conflitto di qualsivoglia tipo con la Cina rischierebbe di portare il paese verso un crollo in stile sovietico. Non è però da escludersi a priori la possibilità che, nel prossimo futuro, la Casa Bianca si trovi costretta a dover fronteggiare una Cina più potente ed arrogante sia sul versante economico che su quello strategico-militare. Come affronteranno allora a Washington la minaccia cinese? Si tornerà ad una situazione già vista, in cui due superpotenze si affrontano in una guerra congelata dalla paura? Difficile dirlo ora, ma tutto lascia pensare che in questo caso non ci troveremo di fronte a ricorsi storici, le leadership saranno quindi chiamate a scrivere una nuova pagina di politica internazionale se vorranno preservare uno dei beni più preziosi per l’umanità.

 

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October 12, 2009

Barack Obama di fronte ad un bivio, saprà guidare gli Stati Uniti fuori dall’ Afghanistan?

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Nel giorno dell’ottavo anniversario dall’inizio dell’intervento statunitense in Afghanistan, Barack Obama ha ufficialmente confermato che non verrà ridotto il numero degli effettivi impegnati nelle regioni del paese asiatico. Le parole del presidente statunitense sono giunte dopo la proposta avanzata dal vice presidente Joe Biden, che aveva chiesto durante un incontro pubblico di concentrare gli sforzi delle operazioni contro le cellule di Al Qaeda nelle regioni tribali sul confine con il Pakistan. Non sembra essere stata ancora definita una strategia d’intervento per i prossimi mesi, gli screzi tra la Casa Bianca e l’establishment militare rispetto alle possibili opzioni in questo senso potrebbero far slittare ancora una decisione definitiva. Ci sarebbe infatti già stato un duro confronto tra il presidente Barack Obama e il generale Stanley McChrystal, a seguito delle dichiarazioni rilasciate da quest’ ultimo durante una visita a Londra nei giorni scorsi. In un discorso pronunciato nella capitale inglese il generale avrebbe precisato di essere assolutamente contrario all’opzione proposta da Biden, facendo infuriare Barack Obama, che secondo indiscrezioni avrebbe preferito una risposta più equilibrata da parte del comandante responsabile delle forze impegnate in Afghanistan. Le dichiarazioni del consigliere per la sicurezza nazionale James Jones lasciano inoltre pensare che tra i due ci siano stati quindi attriti di una certa rilevanza. Forse per non apparire troppo accondiscendente rispetto alle richieste avanzate dal generale McChrystal, Barack Obama avrebbe consultato più volte nell’ultima settimana il generale David Petraeus, comandante, dal febbraio 2007 al settembre 2008, delle Forze Armate statunitensi in Iraq e successivamente nominato comandante dell’U.S. Central Command, posizione che prevede la responsabilità strategica di tutta la zona del Medio Oriente allargato. Petraeus è stato inoltre comandante dell’U.S. Combined Arms Center, centro incaricato dell’elaborazione della dottrina militare ufficiale statunitense. Ha compilato il manuale per le attività controinsurrezionali delle Forze Armate ed ha poi applicato con un certo successo le sue teorie in uno scenario difficile come quello iracheno.

L’aumento delle truppe statunitensi impegnate in Afghanistan, come richiesto dal generale McChrystal, potrebbe quindi non essere così scontato in caso di un cambiamento della strategia militare nel paese. Al possibile tramontare dell’ipotesi di un incremento del numero degli effettivi va in effetti contrapposta la possibilità che Petraeus abbia invece deciso di sostenere le richieste di McChrystal davanti al presidente ed allo staff della Casa Bianca. In questo caso il generale comandante dell’U.S. Central Command potrebbe giocare un ruolo fondamentale nel ribaltare una situazione che sembra andare sempre più a sfavore delle richieste avanzate dal comandante delle forze in Afghanistan. Dalle ultime indiscrezioni Petraeus si sarebbe schierato a fianco di quanti chiedono ulteriori rinforzi per gli effettivi impegnati, come il Joint Chiefs of Staff Mike Mullen. La sua influenza sulla Casa Bianca potrebbe quindi favorire un cambiamento importante per quelle che sembrano essere decisioni ormai già prese. La questione rimane comunque quanto mai aperta e un ulteriore appoggio alle richieste di McChrystal potrebbe giungere dal Pentagono. Il Segretario alla Difesa Robert Gates, che ha rilasciato dichiarazioni in cui è stata sottolineata chiaramente la sua preoccupazione per le sorti del contingente statunitense stanziato in Afghanistan, non ha infatti espresso con la stessa chiarezza la sua posizione in merito alle richieste del comando militare nella regione. L’appoggio di Gates potrebbe rivelarsi ulteriore fonte di pressione sullo staff presidenziale, creando potenzialmente eventuali screzi anche all’interno del gruppo dirigente dell’amministrazione Democratica. Barack Obama non ha ancora sciolto le sue riserve su un nuovo invio di truppe. A questo punto la decisione sembrerà apparire comunque come il tentativo disperato da parte di un presidente neoeletto di chiudere, nel più breve tempo e cercando di preservare la credibilità statunitense rimasta rispetto alla questione, una situazione che diventa sempre più insostenibile. Scenario preoccupante per gli spin doctors della Casa Bianca, a meno che il presidente non dimostri chiaramente le sue doti di leadership prendendo una posizione definita, rischiando ancora di perdere l’appoggio dell’elettorato e dimenticandosi, anche solo per un momento, che il 2010 negli Stati Uniti sarà anno di elezioni per il rinnovo del Congresso.

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