Pakistan, il prossimo teatro di guerra per gli Stati Uniti?
Negli ultimi mesi il Pakistan è diventato uno dei fronti più caldi dell’offensiva occidentale contro le cellule terroristiche e i gruppi talebani che hanno le loro basi operative nelle valli delle regioni di confine, nel nord del paese. Da tempo le Forze Armate statunitensi hanno intensificato le missioni aeree e quelle di terra, spingendosi spesso in territorio pakistano ed arrivando in qualche occasione a scontrarsi con reparti speciali dell’esercito di Islamabad. La situazione è andata esacerbandosi negli ultimi mesi, tanto che ora a Washington non si parla solo di afghanizzazione del conflitto ma si ventila l’ipotesi di alleggerire la pressione militare sulle regioni dell’Afghanistan, per aumentarla nelle zone di confine con il Pakistan. E’ stato lo stesso vicepresidente Joe Biden, profondo conoscitore di politica estera, a proporre una possibile nuova strategia per la regione. Nuovo corso strategico che non solo consentirebbe di bloccare l’incremento di truppe richiesto dal comandante McChrystal, ma che potrebbe consentire un sostanzioso ritiro degli effettivi schierati ed impegnati nelle azioni di terra. Aumentare le missioni delle squadriglie aeree potrebbe portare, secondo Biden e molti Congressmen Democratici, a migliori risultati nella caccia ai terroristi e ai capi talebani, evitando al contempo perdite di soldati, impegnati nella caccia su un terreno aspro e in cui gli agguati sono eventi ormai all’ordine del giorno.
Da parte pakistana non sono giunti commenti alla proposta di Biden e sul fronte politico interno sembra convivere un dualismo latente che potrebbe creare più di un problema nel prossimo futuro. Se da una parte il presidente Asif Ali Zardari sembrava accettare di buon grado eventuali interventi in territorio pakistano, di differente avviso è parso il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Generale Ashfaq Parvez Kayani. Quest’ultimo ha infatti risolutamente condannato i raid statunitensi entro i confini del paese, mostrando una certa riluttanza ad accettare eventuali interventi concordati preventivamente e costringendo il presidente a fare altrettanto, per evitare una spaccatura interna su un tema così delicato. Sulla questione l’atteggiamento pakistano rimane quindi avvolto da incertezza, situazione che non aiuta di certo il dialogo e la condivisione di obiettivi comuni con l’alleato statunitense. La dualità di posizioni e la fumosa distribuzione del potere tra Islamabad, sede del potere politico, e Rawalpindi, sede del quartier generale dell’esercito, potrebbe inoltre portare a tensioni e scontri all’interno dello stesso establishment pakistano.
Al momento la Casa Bianca ha assunto un atteggiamento particolarmente attendista, probabilmente l’unico possibile in una partita in cui troppe pedine devono ancora trovare una posizione soddisfacente e stabile, su una scacchiera che appare oggi quanto mai pericolosa. Per due motivi Barack Obama ha momentaneamente deciso di congelare le decisioni sull’aumento delle truppe schierate. Il 7 novembre il popolo afghano sarà chiamato ad esprimersi nuovamente per eleggere il futuro presidente. Difficilmente Karzai verrà sconfitto e, a meno di eventi inaspettati, continuerà a godere del sostegno della Casa Bianca. La situazione è comunque molto fluida e non si può escludere a priori che il risultato delle urne smentisca quanto finora sostenuto da molti analisti. In secondo luogo ottobre è stato un mese particolarmente duro per l’esercito, con un elevato numero di caduti in azioni di guerra e pattugliamento. La guerra in Afghanistan è già particolarmente invisa all’opinione pubblica: non sarebbe una mossa politica dettata dalla saggezza decidere di aumentare il numero di soldati dopo un mese di lutti e difficoltà. La Casa Bianca attenderà quindi il risultato delle elezioni prima di presentare la nuova strategia per il paese asiatico.
L’escalation militare non è la sola possibilità per Barack Obama e la migliore alternativa sembra averla fornita Joe Biden. Quella del vicepresidente è una strategia che di certo permetterà all’amministrazione di recuperare qualche punto percentuale nei sondaggi di gradimento, ma potrebbe costare un prezzo molto alto in termini di tensioni e crisi nella regione. Aumentare la pressione sul Pakistan, che come detto prima non vive già una situazione di perfetta stabilità interna, potrebbe infatti favorire il diffondersi di tensioni sempre più aperte e dure tra i due centri del potere, tra il Presidente Zardari e il Generale Kayani. Situazione che, per un paese avvezzo ai colpi di Stato da parte dei membri delle Forze Armate, potrebbe voler dire tornare a vivere in un passato abbastanza recente. O, scenario ancor peggiore, favorire una nuova offensiva dei talebani nelle regioni di confine e un possibile allargamento del fronte degli scontri fino ad Islamabad.
