Simone Comi - Geopolitics and International Relations

October 30, 2009

Pakistan, il prossimo teatro di guerra per gli Stati Uniti?

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Negli ultimi mesi il Pakistan è diventato uno dei fronti più caldi dell’offensiva occidentale contro le cellule terroristiche e i gruppi talebani che hanno le loro basi operative nelle valli delle regioni di confine, nel nord del paese. Da tempo le Forze Armate statunitensi hanno intensificato le missioni aeree e quelle di terra, spingendosi spesso in territorio pakistano ed arrivando in qualche occasione a scontrarsi con reparti speciali dell’esercito di Islamabad. La situazione è andata esacerbandosi negli ultimi mesi, tanto che ora a Washington non si parla solo di afghanizzazione del conflitto ma si ventila l’ipotesi di alleggerire la pressione militare sulle regioni dell’Afghanistan, per aumentarla nelle zone di confine con il Pakistan. E’ stato lo stesso vicepresidente Joe Biden, profondo conoscitore di politica estera, a proporre una possibile nuova strategia per la regione. Nuovo corso strategico che non solo consentirebbe di bloccare l’incremento di truppe richiesto dal comandante McChrystal, ma che potrebbe consentire un sostanzioso ritiro degli effettivi schierati ed impegnati nelle azioni di terra. Aumentare le missioni delle squadriglie aeree potrebbe portare, secondo Biden e molti Congressmen Democratici, a migliori risultati nella caccia ai terroristi e ai capi talebani, evitando al contempo perdite di soldati, impegnati nella caccia su un terreno aspro e in cui gli agguati sono eventi ormai all’ordine del giorno.

 

Da parte pakistana non sono giunti commenti alla proposta di Biden e sul fronte politico interno sembra convivere un dualismo latente che potrebbe creare più di un problema nel prossimo futuro. Se da una parte il presidente Asif Ali Zardari sembrava accettare di buon grado eventuali interventi in territorio pakistano, di differente avviso è parso il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Generale Ashfaq Parvez Kayani. Quest’ultimo ha infatti risolutamente condannato i raid statunitensi entro i confini del paese, mostrando una certa riluttanza ad accettare eventuali interventi concordati preventivamente e costringendo il presidente a fare altrettanto, per evitare una spaccatura interna su un tema così delicato. Sulla questione l’atteggiamento pakistano rimane quindi avvolto da incertezza, situazione che non aiuta di certo il dialogo e la condivisione di obiettivi comuni con l’alleato statunitense. La dualità di posizioni e la fumosa distribuzione del potere tra Islamabad, sede del potere politico, e Rawalpindi, sede del quartier generale dell’esercito, potrebbe inoltre portare a tensioni e scontri all’interno dello stesso establishment pakistano.

 

Al momento la Casa Bianca ha assunto un atteggiamento particolarmente attendista, probabilmente l’unico possibile in una partita in cui troppe pedine devono ancora trovare una posizione soddisfacente e stabile, su una scacchiera che appare oggi quanto mai pericolosa. Per due motivi Barack Obama ha momentaneamente deciso di congelare le decisioni sull’aumento delle truppe schierate. Il 7 novembre il popolo afghano sarà chiamato ad esprimersi nuovamente per eleggere il futuro presidente. Difficilmente Karzai verrà sconfitto e, a meno di eventi inaspettati, continuerà a godere del sostegno della Casa Bianca. La situazione è comunque molto fluida e non si può escludere a priori che il risultato delle urne smentisca quanto finora sostenuto da molti analisti. In secondo luogo ottobre è stato un mese particolarmente duro per l’esercito, con un elevato numero di caduti in azioni di guerra e pattugliamento. La guerra in Afghanistan è già particolarmente invisa all’opinione pubblica: non sarebbe una mossa politica dettata dalla saggezza decidere di aumentare il numero di soldati dopo un mese di lutti e difficoltà. La Casa Bianca attenderà quindi il risultato delle elezioni prima di presentare la nuova strategia per il paese asiatico.

 

L’escalation militare non è la sola possibilità per Barack Obama e la migliore alternativa sembra averla fornita Joe Biden. Quella del vicepresidente è una strategia che di certo permetterà all’amministrazione di recuperare qualche punto percentuale nei sondaggi di gradimento, ma potrebbe costare un prezzo molto alto in termini di tensioni e crisi nella regione. Aumentare la pressione sul Pakistan, che come detto prima non vive già una situazione di perfetta stabilità interna, potrebbe infatti favorire il diffondersi di tensioni sempre più aperte e dure tra i due centri del potere, tra il Presidente Zardari e il Generale Kayani. Situazione che, per un paese avvezzo ai colpi di Stato da parte dei membri delle Forze Armate, potrebbe voler dire tornare a vivere in un passato abbastanza recente. O, scenario ancor peggiore, favorire una nuova offensiva dei talebani nelle regioni di confine e un possibile allargamento del fronte degli scontri fino ad Islamabad.

October 23, 2009

Oppio e traffico di droga, il problema Afghanistan non è solo strategico-militare

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La pubblicazione dell’ultimo rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per le Droghe e il Crimine (UNODC) riporta all’attenzione dell’intera comunità internazionale un problema che troppo spesso passa in secondo piano, schiacciato tra notizie di incremento delle truppe o nuove strategie per pacificare una regione lacerata da scontri e attentati. Il traffico di droga e la coltivazione dell’oppio sono tra i mali che affliggono l’Afghanistan da sempre, ma che sembrano essere diventati fenomeni in continua espansione nonostante le campagne lanciate dalle più svariate agenzie internazionali. Da quanto di apprende dal rapporto UNODC i signori della droga avrebbero infatti visto salire i loro guadagni dopo l’invasione delle Forze Armate statunitensi e delle missioni NATO. I talebani, infatti, guadagnano attualmente con la tassazione ed il traffico di droga una cifra che si avvicina ai 125 milioni di dollari all’anno. Un incremento notevole degli introiti se si pensa che dieci anni fa i capi talebani guadagnavano infatti tra i 75 e i 100 milioni di dollari imponendo illecitamente imposte sul commercio di droga.

 

I talebani avrebbero inoltre creato una sorta di tassa sulla lavorazione dell’eroina e sull’importazione di precursori chimici che servono per la preparazione della polvere, mentre un ulteriore fonte di entrate proviene direttamente dal mercato degli oppiacei in Pakistan. Delle 3500 tonnellate di oppio che vengono fatte uscire ogni anno dai confini afghani almeno due terzi sarebbero già trasformati in eroina, tagliata e preparata in laboratori illegali di fortuna sia nelle regioni interne del paese che nelle zone a ridosso dei confini pakistani. Il viaggio dell’eroina è lungo: se la polvere non si ferma in Pakistan o in Iran, che secondo le stime bloccano circa il 20 ed il 17% della droga che transita entro i confini nazionali, arriva sul mercato europeo e su quello statunitense. Le stime indicano che nel 2008 in Europa sarebbero state consumate circa 90 tonnellate, in Russia circa 70 tonnellate e in Nord America si sarebbe arrivati alle 25 tonnellate. L’Afghanistan produce il 92% dell’oppio mondiale, l’Europa ne consuma il 19% mentre la Russia e l’Iran il 15%. Il giro d’affari si aggirerebbe intorno ai 65 miliardi di dollari, per un mercato che conta almeno 15 milioni di tossicodipendenti da sostanze illegali a base oppiacea e che potrebbe crescente ulteriormente nel prossimo futuro.

 

Sebbene siano stati approntati i più svariati programmi per la lotta alla produzione di oppio e al traffico di eroina non sembrano esserci stati miglioramenti di sorta in passato e la situazione rischia anzi di divenire sempre più ingovernabile. I soldi legati al traffico di droga servono infatti a finanziare una miriade di gruppi combattenti, una sorta di esercito la cui struttura è sempre più complessa e le cui truppe sempre più sparse nella regione. Secondo lo studio UNODC i fondi raccolti con il narcotraffico servono a finanziare le forze ribelli del Baluchistan, regione del Pakistan, il Partito Islamico del Turkmenistan e il movimento indipendentista islamico dell’Uzbekistan. Il rafforzamento di cellule islamiche o movimenti estremisti nei paesi della zona potrebbero creare ulteriore instabilità, senza contare che gli stessi talebani riescono a finanziare le loro attività terroristiche in tutto il paese grazie agli introiti legati alla tassazione delle attività illegali. Hamid Karzai e Abdullah Abdullah andranno al ballottaggio il prossimo novembre e chi vincerà avrà il compito di avviare una rivoluzione che porti il paese verso cambiamenti profondi a tutti i livelli. L’Afghanistan rischia infatti di trasformarsi in un fallimento strategico-militare che potrebbe avere pesanti ripercussioni lontano dai confini regionali. I progetti di tipo militare da parte degli Stati Uniti e della NATO serviranno a poco se non si riuscirà a bloccare un fenomeno che ha risvolti politici, economici e culturali di gran lunga più importanti. L’intera regione rischia di trasformarsi in una polveriera alimentata dai soldi della droga e da scontri etnici, politici e religiosi che difficilmente giungeranno ad una conclusione. La comunità internazionale sarà quindi chiamata a supportare più attivamente il futuro esecutivo: quello dell’oppio è infatti un problema internazionale che potrebbe avere risvolti geopolitici delicati anche per i paesi lontani dai campi di papaveri afghani.

October 16, 2009

Nuovo asse energetico e militare sino-russo nel Pacifico, verso una nuova Guerra Fredda?

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Settanta miliardi di metri cubi di gas e venticinque miliardi di dollari: questo il valore del patto siglato da Gazprom e China National Petroleum Corporation. Con questo agreement, negoziato direttamente dai due premier Wen Jabao e Wladimir Putin nel corso di colloqui ufficiali tenutisi a Pechino nei giorni scorsi, il gigante cinese corre in soccorso di un’economia russa che attraversa, ormai da alcuni mesi, una crisi produttiva profonda. Le previsioni degli economisti e le dichiarazioni dello stesso primo ministro russo Dmitri Medvedev indicano che nell’ultimo anno il paese ha prodotto il 7,5% in meno rispetto ai passati dodici mesi mentre la Cina crescerà di una percentuale variabile tra l’8,3 ed il 9%, un differenza sostanziale che potrebbe riscrivere gli equilibri geopolitici nell’area asiatica nel prossimo futuro e in prospettiva nel medio e lungo periodo.

 

Mosca fornirà a Pechino ogni anno 70 miliardi di metri cubi di gas ottenendo in cambio prestiti commerciali per 25 miliardi di dollari, i tecnici russi in collaborazione con quelli cinesi costruiranno una raffineria a Tianjin e gestiranno in joint venture tra le 300 e le 500 stazioni di rifornimento. Gazprom si è impegnata inoltre a fornire alla Cina gas liquido estratto da Sakhalin, ad ulteriore riprova della volontà di entrambi i paesi di stringere rapporti politico-commerciali sempre più profondi in tema di energia ed idrocarburi. Il vicepremier cinese Wang Qishan ha definito quella apertasi nei giorni scorsi come “una nuova fase di collaborazione a lungo termine” tra le due potenze, che riguarderà non solo il settore energetico ma anche quelli finanziario e militare. La Development Bank e la Agricultural Bank, entrambe cinesi, hanno infatti accordato a Vnesheconombank e a Vneshtorgbank, banche russe, un prestito da mezzo miliardo di dollari ciascuna e le Forze Armate dei due paesi si doteranno di una linea di comunicazione preferenziale per mantenere un contatto costante in caso di lanci di missili balistici contro i due paesi. Cina e Russia si candidano quindi a diventare il baricentro politico ed economico di una regione, quella del Pacifico, che sarà di fondamentale importanza per gli interessi globali. Al contempo, condividendo informazioni in campo di sicurezza militare, cercano di gettare basi comuni che possano consentire ad entrambe di affrontare eventuali sfide strategiche, in un futuro che sembra farsi ormai sempre più prossimo. Se nei prossimi quindici o venti anni il mondo assumerà sempre più una dimensione “Pacifico-centrica” non potranno essere che Pechino e Mosca a decidere di voler spostare a proprio favore gli equilibri regionali, a probabile detrimento di una posizione statunitense che sembra farsi sempre più debole nell’area asiatica.

 

Restano da verificare quali saranno le scelte statunitensi per la regione, sia a livello strategico che commerciale. Al momento scenari di scontro tra Washington e Pechino sembrano essere quanto mai utopici. Gli Stati Uniti sono fortemente indebitati e scatenare un conflitto di qualsivoglia tipo con la Cina rischierebbe di portare il paese verso un crollo in stile sovietico. Non è però da escludersi a priori la possibilità che, nel prossimo futuro, la Casa Bianca si trovi costretta a dover fronteggiare una Cina più potente ed arrogante sia sul versante economico che su quello strategico-militare. Come affronteranno allora a Washington la minaccia cinese? Si tornerà ad una situazione già vista, in cui due superpotenze si affrontano in una guerra congelata dalla paura? Difficile dirlo ora, ma tutto lascia pensare che in questo caso non ci troveremo di fronte a ricorsi storici, le leadership saranno quindi chiamate a scrivere una nuova pagina di politica internazionale se vorranno preservare uno dei beni più preziosi per l’umanità.

 

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October 12, 2009

Barack Obama di fronte ad un bivio, saprà guidare gli Stati Uniti fuori dall’ Afghanistan?

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Nel giorno dell’ottavo anniversario dall’inizio dell’intervento statunitense in Afghanistan, Barack Obama ha ufficialmente confermato che non verrà ridotto il numero degli effettivi impegnati nelle regioni del paese asiatico. Le parole del presidente statunitense sono giunte dopo la proposta avanzata dal vice presidente Joe Biden, che aveva chiesto durante un incontro pubblico di concentrare gli sforzi delle operazioni contro le cellule di Al Qaeda nelle regioni tribali sul confine con il Pakistan. Non sembra essere stata ancora definita una strategia d’intervento per i prossimi mesi, gli screzi tra la Casa Bianca e l’establishment militare rispetto alle possibili opzioni in questo senso potrebbero far slittare ancora una decisione definitiva. Ci sarebbe infatti già stato un duro confronto tra il presidente Barack Obama e il generale Stanley McChrystal, a seguito delle dichiarazioni rilasciate da quest’ ultimo durante una visita a Londra nei giorni scorsi. In un discorso pronunciato nella capitale inglese il generale avrebbe precisato di essere assolutamente contrario all’opzione proposta da Biden, facendo infuriare Barack Obama, che secondo indiscrezioni avrebbe preferito una risposta più equilibrata da parte del comandante responsabile delle forze impegnate in Afghanistan. Le dichiarazioni del consigliere per la sicurezza nazionale James Jones lasciano inoltre pensare che tra i due ci siano stati quindi attriti di una certa rilevanza. Forse per non apparire troppo accondiscendente rispetto alle richieste avanzate dal generale McChrystal, Barack Obama avrebbe consultato più volte nell’ultima settimana il generale David Petraeus, comandante, dal febbraio 2007 al settembre 2008, delle Forze Armate statunitensi in Iraq e successivamente nominato comandante dell’U.S. Central Command, posizione che prevede la responsabilità strategica di tutta la zona del Medio Oriente allargato. Petraeus è stato inoltre comandante dell’U.S. Combined Arms Center, centro incaricato dell’elaborazione della dottrina militare ufficiale statunitense. Ha compilato il manuale per le attività controinsurrezionali delle Forze Armate ed ha poi applicato con un certo successo le sue teorie in uno scenario difficile come quello iracheno.

L’aumento delle truppe statunitensi impegnate in Afghanistan, come richiesto dal generale McChrystal, potrebbe quindi non essere così scontato in caso di un cambiamento della strategia militare nel paese. Al possibile tramontare dell’ipotesi di un incremento del numero degli effettivi va in effetti contrapposta la possibilità che Petraeus abbia invece deciso di sostenere le richieste di McChrystal davanti al presidente ed allo staff della Casa Bianca. In questo caso il generale comandante dell’U.S. Central Command potrebbe giocare un ruolo fondamentale nel ribaltare una situazione che sembra andare sempre più a sfavore delle richieste avanzate dal comandante delle forze in Afghanistan. Dalle ultime indiscrezioni Petraeus si sarebbe schierato a fianco di quanti chiedono ulteriori rinforzi per gli effettivi impegnati, come il Joint Chiefs of Staff Mike Mullen. La sua influenza sulla Casa Bianca potrebbe quindi favorire un cambiamento importante per quelle che sembrano essere decisioni ormai già prese. La questione rimane comunque quanto mai aperta e un ulteriore appoggio alle richieste di McChrystal potrebbe giungere dal Pentagono. Il Segretario alla Difesa Robert Gates, che ha rilasciato dichiarazioni in cui è stata sottolineata chiaramente la sua preoccupazione per le sorti del contingente statunitense stanziato in Afghanistan, non ha infatti espresso con la stessa chiarezza la sua posizione in merito alle richieste del comando militare nella regione. L’appoggio di Gates potrebbe rivelarsi ulteriore fonte di pressione sullo staff presidenziale, creando potenzialmente eventuali screzi anche all’interno del gruppo dirigente dell’amministrazione Democratica. Barack Obama non ha ancora sciolto le sue riserve su un nuovo invio di truppe. A questo punto la decisione sembrerà apparire comunque come il tentativo disperato da parte di un presidente neoeletto di chiudere, nel più breve tempo e cercando di preservare la credibilità statunitense rimasta rispetto alla questione, una situazione che diventa sempre più insostenibile. Scenario preoccupante per gli spin doctors della Casa Bianca, a meno che il presidente non dimostri chiaramente le sue doti di leadership prendendo una posizione definita, rischiando ancora di perdere l’appoggio dell’elettorato e dimenticandosi, anche solo per un momento, che il 2010 negli Stati Uniti sarà anno di elezioni per il rinnovo del Congresso.

October 2, 2009

Stati Uniti ed Iran, primo incontro ufficiale tra i due paesi preludio all’intervento militare?

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Si è svolto ieri a margine della conferenza del gruppo dei “5+1” il primo colloquio ufficiale e bilaterale ad alto livello tra negoziatori statunitensi ed iraniani sulla questione nucleare. William Burns e Said Salili si sono ritrovati faccia a faccia a discutere di una delle questioni più calde e delicate degli ultimi mesi, mentre a Washington il Ministro degli Esteri iraniano, in visita ufficiale, avrebbe consegnato alle autorità statunitensi alcune proposte volte a favorire la riapertura dei negoziati e delle discussioni ufficiali, riguardanti quindi la possibilità di proseguire i programmi di arricchimento dell’uranio. Voci non confermate ufficialmente e provenienti da paesi arabi indicano che il governo di Teheran potrebbe proporre al gruppo dei “5+1” di spostare fuori dal confine del paese il programma di arricchimento dell’uranio. Washington ha ufficialmente richiesto al Ministro degli Esteri iraniano di impegnarsi a compiere passi concreti per dimostrare che Teheran non intende produrre armi nucleari, ma le passate reticenze nell’informare l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) delle nuove installazioni potrebbero rivelarsi un ostacolo rilevante in questo senso. Da quanto si è appreso nelle ultime ore, gli ispettori internazionali avranno accesso al sito nucleare di Qom: resta da verificare se eventuali ispezioni serviranno a convincere il gruppo dei “5+1”, ma soprattutto Gerusalemme, delle reali intenzioni di Teheran. La ripresa dei negoziati alla fine di ottobre sarà preceduta da un incontro preparatorio e Javier Solana, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune dell’Unione Europea, si è mostrato attendista e guardingo nelle dichiarazioni rilasciate ai mezzi di informazione, confermando che il clima dei prossimi negoziati dipenderà da quanto l’Iran farà nel prossimo mese. Dal Parlamento di Teheran sono giunti comunque segnali poco rassicuranti: negli ultimi giorni è infatti stata approvata a larga maggioranza una dichiarazione in cui si chiede alla comunità internazionale di non ripetere gli errori del passato. Il Parlamento iraniano sarebbe quindi pronto ad adottare nuove decisioni nel caso in cui non si riuscisse ad uscire dall’attuale situazione di impasse. Questo potrebbe portare ad ulteriori attriti diplomatici nel caso di eccessiva rigidità da parte dei negoziatori internazionali e, come conseguenza diretta, ad una successiva riduzione della collaborazione di Teheran con l’AIEA. La situazione appare quindi ingessata da richieste perentorie e dalla poca volontà di cercare posizioni condivise, utili se non altro per far procedere negoziati che sembrano destinati a concludersi senza portare miglioramenti rilevanti o novità di qualche interesse.

 

La credibilità dell’esecutivo iraniano sulla questione nucleare sembra avvicinarsi sempre più ai minimi termini e la comunità internazionale potrebbe presto trovarsi di fronte ad un bivio quanto meno rischioso. La strada delle sanzioni economiche, già ampiamente battuta negli ultimi mesi, non ha portato i risultati sperati e anzi sembra aver alimentato tensioni ed attriti crescenti. Il possibile allineamento delle maggiori potenze mondiali rispetto alla questione iraniana, come già accaduto nel corso delle votazioni per l’approvazione della risoluzione sul disarmo nucleare, potrebbe portare infine al tanto discusso intervento militare contro il paese degli ayatollah. Secondo molti analisti la Casa Bianca potrebbe tentare di isolare ulteriormente il paese degli ayatollah proponendo nuove sanzioni e lasciando comunque sullo sfondo l’opzione militare, forse unica reale novità delle ultime settimane. Washington è stata finora per Gerusalemme un ostacolo insormontabile sulla via della soluzione militare per la questione del nucleare iraniano. La situazione potrebbe presto cambiare ed evolversi, resterà probabilmente in mano iraniana l’ultima mossa sulla questione del nucleare. Davanti ad una scelta che non prevede come opzione il ritorno alla diplomazia in molti si pongono la stessa domanda: davanti alla minaccia reale di un intervento armato, riusciranno le leadership internazionali ad evitare uno scontro che si preannuncia essere sempre più prossimo e potenzialmente letale per i già traballanti equilibri diplomatici regionali?

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September 25, 2009

Washington, Gerusalemme, Teheran: triangolo diplomatico per la pace in Medio Oriente

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Interessanti indicazioni sono giunte negli ultimi giorni riguardo ad uno dei temi più scottanti in ambito internazionale: il processo di pace in Medio Oriente. L’incontro voluto dal presidente statunitense Barack Obama, a cui hanno partecipato il leader israeliano Benjamin Nethanyahu e quello palestinese Abu Mazen, si è risolto in un nulla di fatto e ha alimentato qualche critica date le dichiarazioni rilasciate al termine dei lavori. La volontà della Casa Bianca è apparsa chiara: imprimere una forte accelerazione ai negoziati, e di conseguenza al processo di pace, in modo da poter stabilire una road map che possa portare entro breve ad una conclusione, seppur temporanea, della disputa sugli insediamenti israeliani a Gerusalemme est. Il problema fondamentale sembra però essere diventato l’approccio degli Stati Uniti alla questione e agli attori interessati, mutato profondamente in pochi mesi e probabilmente ancora in fase di definizione.

 

La dichiarazione di New York sembra essere un passo diplomatico importante se messo a confronto con le posizioni intransigenti tenute dall’amministrazione Democratica nel periodo immediatamente successivo all’insediamento. La Casa Bianca sosteneva infatti la necessità di un “congelamento totale delle colonie”, formula fortemente limitativa ed esplicativa di quella che sarebbe stata la volontà statunitense riguardo alla questione. Le parole pronunciate da Barack Obama durante il vertice di New York sono apparse invece un primo passo verso il possibile riposizionamento diplomatico nei confronti di Gerusalemme: una concessione ad Israele, che avrebbe quindi ulteriori possibilità di manovra nei territori occupati. Il senso d’urgenza sulla possibile chiusura della questione degli insediamenti a Gerusalemme est, invocato da Barack Obama nelle dichiarazioni finali, potrebbe, allo stato attuale delle cose, andare a discapito del popolo palestinese e dell’Anp di Abu Mazen, che si era detto fiducioso rispetto al cambio di strategia del nuovo presidente rispetto al Repubblicano George W.Bush. La decisione della Casa Bianca potrebbe quindi portare gli Stati Uniti ad un parziale riallineamento con quanto deciso in passato dalle precedenti amministrazioni. Lo stesso Abu Mazen ha inoltre fatto sapere che non tornerà al tavolo dei negoziati a causa delle divergenze fondamentali con Israele ma, viene da pensare, aspetterà probabilmente di capire con chiarezza quali sono le intenzioni di Washington prima di negoziare nuovamente con la controparte.

 

Il possibile riposizionamento diplomatico statunitense potrebbe servire alla Casa Bianca nel caso in cui uno dei membri del gruppo dei “5+1” decidesse di porre il veto alle sanzioni contro Teheran. Al momento Pechino sembra voler bloccare ulteriori iniziative in questo senso e Barack Obama potrebbe valutare la possibilità di utilizzare l’intransigenza israeliana sulla questione del programma nucleare iraniano come una sorta di minaccia, neanche troppo velata, diretta contro il governo guidato da Mahmud Ahmadinejad. Da tempo, infatti, le Forze Armate israeliane sarebbero pronte ad attaccare i siti nucleari iraniani, missioni finora bloccate dalla volontà statunitense di procedere per vie diplomatiche. L’intervento pianificato a Gerusalemme potrebbe realizzarsi solo con il consenso, e il tacito supporto logistico, di Washington: per colpire i siti iraniani gli aerei israeliani dovrebbero sorvolare i cieli irakeni o rifornirsi sui mari in cui staziona la flotta navale statunitense. A Teheran questa situazione è nota e le dichiarazioni di Obama potrebbero quindi essere lette come un avvertimento all’Iran. Restano da verificare gli effetti del riposizionamento di Washington rispetto alla questione israelo-palestinese: la Casa Bianca potrebbe essere infatti costretta ad una precipitosa rilettura della situazione nel caso di un successo diplomatico dei negoziatori impegnati a discutere con Teheran. A supporto delle intenzioni degli Stati Uniti sembra esser giunto inoltre il voto favorevole e l’approvazione della risoluzione sul disarmo e la proliferazione nucleare, che esorta tutti i paesi possessori di testate atomiche a firmare il trattato redatto nel 1970. Nel testo non sono menzionati paesi come Israele, l’India o il Pakistan ma il riferimento sembra essere chiaro. La risoluzione sottolinea inoltre che esistono ancora grandi sfide al regime di non proliferazione nucleare, passo determinante per poter coinvolgere nel processo anche stati come la Corea del Nord e l’Iran. Entrambi questi attori, pur senza essere chiamati direttamente in causa, saranno quindi invitati nel prossimo futuro a tenere presente la volontà dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, tra cui ci sono quelle leadership cinese e russa che spesso hanno espresso parere negativo riguardo ad eventuali sanzioni o interventi volti ad ostacolare lo sviluppo dei programmi nucleari, di tipo civile e militare, pianificati dai governi dei due paesi.

 

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September 24, 2009

Policy Brief - Germania: crisi economica, ripresa e leadership europea

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I Policy Brief di Equilibri sono un prodotto editoriale ideato e realizzato pensando al decisore politico. Il Policy Brief è destinato ai politici nazionali, regionali e locali al fine di indicare quelle che possono essere le priorità della politica italiana difronte alle maggiori questioni internazionali. Si tratta di uno strumento agile ed immediato in grado di focalizzare immediatamente gli elementi fondamentali dello scenario analizzato.

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Venti di crisi sul prossimo G-20?

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A pochi giorni dal vertice del G20 che si terrà a Pittsburgh il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha chiesto che dal summit dei leader dei paesi industrializzati o emergenti del pianeta escano risposte coordinate per fronteggiare una crisi globale iniziata nel 2007, che ancora fa sentire i suoi effetti sui mercati mondiali. La Casa Bianca si aspetta quindi di veder inaugurata entro breve tempo una strategia condivisa per lo sviluppo dell’economia globale all’interno di una nuova cornice economica, che aiuti a ridurre gli squilibri mondiali e a trovare nuove regole e un nuovo corso. Barack Obama ha sottolineato che gli Stati Uniti non possono tornare ad un’era di surplus commerciali accompagnati da enormi deficit e nel corso di un’intervista rilasciata alla CNN è stato ancora più diretto, dichiarando: “Non possiamo tornare indietro, all’epoca in cui i cinesi, i tedeschi o altri paesi ci vendevano di tutto; ci stiamo riempiendo di carte di credito/debito e di prestiti per le case, ma non stiamo vendendo nulla a loro”. Gli Stati Uniti potrebbero quindi decidere di aumentare il risparmio per sanare l’attuale deficit e la volontà della Casa Bianca sembra essere chiara: favorire il ritorno ad un’economia fondata sulla produzione e lo scambio di beni, in cui sia bandita la creazione di soluzioni di debito per coprire altri debiti, come successo con i prodotti finanziari che hanno portato all’attuale crisi economica.

Le intenzioni statunitensi per il vertice di Pittsburgh,, ex centro siderurgico della Pennsylvania, potrebbero però essere osteggiate dalla Cina, a cui è stato più volte richiesto di mettere in atto programmi economici volti a favorire un incremento dei consumi interni. Il governo di Pechino non ha finora raccolto gli inviti della comunità internazionale e un’ulteriore richiesta di tagli alle esportazioni potrebbe portare qualche attrito in sede di discussione e proposte per il raggiungimento di obiettivi comuni. Washington dovrebbe comunque poter contare sull’appoggio di alcuni paesi europei, tra cui Germania e Francia, che hanno recentemente presentato una lettera d’intenti indirizzata al G20. Nella missiva si chiede maggior coordinamento nelle politiche volte a rilanciare la crescita economica, controlli più rigidi sui paradisi fiscali e interventi volti a limitare storture legate ai bonus forniti ai manager delle grandi banche ed aziende: punti ampiamente condivisi dalla Casa Bianca.

Il vertice potrebbe rivelarsi quindi un appuntamento importante per valutare la reale volontà delle differenti leadership di cooperare, affinché si riesca a raggiungere un nuovo equilibrio economico internazionale e ad uscire da una crisi oramai biennale. Gli Stati Uniti non sembrano più in grado di sostenere la crescita e un’ulteriore espansione degli scambi globali e forse solo una maggiore apertura del mercato cinese potrebbe consentire una ripresa in questo senso. La riunione tra i leader dei 20 paesi più industrializzati potrebbe quindi consegnare al mondo nuove linee guida per l’economia, speranze per la ripresa e una prossima stagione di benessere. Come sempre in questi casi, il condizionale è però d’obbligo: non si può infatti escludere la possibilità che il summit produca sterili documenti programmatici, destinati a rimanere null’altro che semplici dichiarazioni d’intenti.

Leggi l’articolo pubblicato su "Il Caffè Geopolitico"

September 18, 2009

Bloccato il progetto scudo spaziale europeo, continua la partita a scacchi tra Washington e Mosca

Filed under: Articoli, News

Dalle dichiarazioni rilasciate da Barack Obama negli ultimi giorni, si è appreso che la Casa Bianca ed il Pentagono hanno deciso di abbandonare il sistema missilistico europeo messo in cantiere dalla precedente amministrazione Repubblicana. Il progetto di scudo spaziale voluto dall’ex presidente Bush, formato da un radar in Repubblica Ceca e un sistema missilistico intercettore in Polonia, sarà sostituito da uno schieramento di navi dotate di tecnologia “Aegis”, sistema integrato di radar ed intercettori, nel nord e nel sud del Vecchio Continente, primo passo verso un possibile futuro innalzamento della presenza navale statunitense intorno all’Europa. Secondo molti analisti proprio lo stesso sistema potrebbe poi essere schierato, alcuni dicono intorno al 2015, sulla terraferma, magari proprio nelle basi per cui la Casa Bianca aveva già ottenuto il placet da parte dei due governi dell’est Europa. Secondo le parole di Barack Obama, il nuovo approccio sarà più flessibile, più efficace e più efficiente dal punto di vista dei costi, rispondendo meglio del precedente alla minaccia posta dall’Iran. Dalle fonti ufficiali, anche il presidente li ha citati nel corso dei suoi interventi, si apprende che i motivi principali di questo cambio di rotta nel dispiegamento di forze statunitensi sarebbero principalmente due: alcuni aggiornamenti forniti dai servizi di intelligence sulle capacità del sistema missilistico iraniano e il progresso tecnologico nello sviluppo degli armamenti statunitensi. Anche il Segretario alla Difesa Robert Gates ha fornito agli organi di stampa le medesime dichiarazioni, sottolineando esplicitamente che gli Stati Uniti non hanno comunque abbandonato l’idea di schierare sistemi missilistici difensivi su suolo europeo. Le scelte della Casa Bianca potrebbero rivelarsi utili non solo in campo militare, ma ancor più in quello politico. Non bisogna dimenticare infatti che proprio il progetto voluto dalla precedente amministrazione scatenò un innalzamento della tensione tra Washington e Mosca, con il Cremlino che accusava la Casa Bianca di voler tenere sotto controllo lo spazio aereo russo e di cercare un modo per limitare l’eventuale capacità d’azione dell’esercito e dell’aeronautica. Con la decisione di avviare una revisione complessiva del sistema difesa in Europa, così ha spiegato Obama la scelta di accantonare il progetto precedente, l’amministrazione Democratica potrebbe tentare un lento riavvicinamento a quell’establishment russo con cui, negli ultimi anni di presidenza Repubblicana, si sono avuti screzi e dissapori capaci di incidere sulle scelte riguardanti la politica globale. L’ostruzionismo e i veti posti da Mosca sulla questione delle sanzioni per il nucleare iraniano e gli accordi commerciali per lo sviluppo del programma nucleare indiano hanno infastidito non poco la precedente amministrazione statunitense e potrebbero rivelarsi causa di nuovi attriti. Per questo è lecito pensare che la Casa Bianca stia tentando di proseguire verso l’obiettivo, la sicurezza europea, battendo strade diverse rispetto a quelle scelte dall’amministrazione Bush. Resta da vedere come Barack Obama gestirà questo piccolo vantaggio diplomatico nei confronti di Mosca. Senza il progetto scudo spaziale come scusa per contrapposizioni dure e critiche aperte, il Cremlino dovrà probabilmente ammorbidire alcune richieste ed aprirsi ad una collaborazione più proficua. Non sarebbero quindi da escludersi novità di rilievo nei rapporti tra i due paesi, con ricadute importanti anche su quei consessi internazionali, come il gruppo dei 5+1, chiamati a decidere di questioni rilevanti ed al contempo estremamente delicate.

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September 11, 2009

La counter-insurgency: strategia militare in Afghanistan e scontro mediatico a Washington?

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Le dimissioni del generale David McKiernan, le prime di un generale capo nel corso di un intervento militare dopo quelle del Generale McArthur durante la guerra di Corea cinquant’anni fa, potrebbero rivoluzionare profondamente le strategie e l’impegno degli effettivi statunitensi sui campi di battaglia dell’Asia del sud. Il nuovo generale nominato da Barack Obama alla guida dei contingenti impegnati nella campagna afghana, Stanley McChrystal, ha preso il comando delle operazioni lo scorso 15 giugno e ha immediatamente proposto la sua visione strategica. Obiettivo: far fronte alle difficoltà che l’esercito incontra ormai da qualche tempo nel pacificare un territorio aspro e una società multicomposita, percorsa da tensioni tribali e scossa dai continui attentati terroristici. Nelle intenzioni di McChrystal, aderente alla filosofia strategica del counter insurgency utilizzata dal Generale Petraeus in Iraq, dovrebbe essere ripensato profondamente lo spiegamento e l’uso delle forze americane in direzione di un più mirato controllo delle zone urbane del paese, così da dare alla popolazione un senso di sicurezza e stabilità che possa essere una base su cui poi costruire uno sviluppo economico e politico che sembrano essere al momento ancora lontani. Interventi mirati da parte dell’esercito per eliminare eventuali cellule terroristiche all’interno delle città più popolose e una maggiore attenzione al rapporto tra i militari statunitensi e la popolazione, questi quindi i primi obiettivi per il prossimo futuro.

Ostacolo importante all’iniziativa di McChrystal potrebbe però rivelarsi la decisione del Congresso di bloccare le richieste che il generale presenterà probabilmente nelle prossime settimane alle commissioni preposte. In molti sostengono che tra queste ci sarà la richiesta di nuovi effettivi da impegnare sul terreno, la cifra dovrebbe aggirarsi intorno alle 20 mila unità oltre alle 48 mila già schierate, e un prolungamento del coinvolgimento delle truppe per un periodo che si prospetta essere almeno decennale. Le proposte del generale McChrystal per stabilizzare una situazione complicata, il paese pare essere in balia delle azioni dei terroristi nelle città e degli attacchi talebani nelle zone rurali, potrebbero inoltre essere duramente criticate da molti esponenti del Partito Democratico contrari alla guerra, causando così più di un imbarazzo alla Casa Bianca e al presidente. Barack Obama, stretto nella morsa tra sondaggi di popolarità in netto calo e continue critiche ai programmi varati, potrebbe quindi trovarsi in una situazione ancora più difficile di quella attuale. Costretto ad appoggiare la figura di McChrystal come comandante delle operazioni in Afghanistan dovendo al contempo cercare di limitarne le richieste, il presidente dovrà intervenire anche per sedare i malumori all’interno del suo stesso partito. Questo potrebbe voler dire per lo staff presidenziale doversi preparare ad un autunno bollente, dopo un finale d’estate surriscaldato dalle polemiche, a cui sono seguite successive dimissioni, per alcune dichiarazioni rilasciate dal consigliere speciale per le politiche ambientali Van Jones.

Le prossime settimane saranno quindi decisive per Barack Obama su più fronti: dall’intervento in Afghanistan, che la maggioranza degli statunitensi non appoggia più, alle riforme del sistema sanitario e scolastico. L’ambizioso programma presidenziale potrebbe subire una battuta d’arresto importante, senza dimenticare che nel 2010 si terranno le elezioni per il rinnovo del Congresso. La campagna elettorale è infatti già iniziata e molte delle scelte dei rappresentanti Democratici a Washington potrebbero dipendere dalla spendibilità o meno delle stesse davanti agli elettori di Stati spesso lontani, non solo fisicamente, sia dalla capitale che dalle logiche della politica federale.

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