Simone Comi - Geopolitics and International Relations

December 17, 2010

Le fragili fondamenta dell’impero di Cindia

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Cento miliardi di dollari di interscambio commerciale entro il 2015, questo l’obiettivo che si sono dati i leader di India e Cina riunitisi a New Delhi. Wen Jabao e Manmohan Singh hanno stretto accordi economici che molti descrivono come le possibili fondamenta del futuro, ipotetico, impero di Cindia. In realtà la situazione è ben diversa, le relazioni politiche tra i due colossi asiatici restano fragili e, anzi, l’India guarda agli Stati Uniti con sempre maggiore frequenza quando si tratta di affrontare questioni delicate in ambito regionale.

Cina ed India, due colossi pronti a contendersi la stessa regione. Da ieri, però, anche partners in affari con un obiettivo ambizioso: favorire l’interscambio commerciale in modo da poter raggiungere entro il 2015 la ragguardevole cifra di cento miliardi di dollari. I meeting tra i leader dei due paesi hanno portato ad impegni importanti, almeno dal punto di vista economico: Cina ed India cercheranno infatti di accrescere gli investimenti reciproci e supporteranno l’accesso al credito delle aziende nei due paesi. Il leader cinese Wen Jabao, giunto in India con un seguito composto da 400 manager, ha firmato accordi per 20 miliardi di dollari e si è detto convinto che questo possa rappresentare il primo passo verso una partnership che preveda il libero commercio tra i due paesi. Questo sembra essere il vero obiettivo cinese, conquistare un mercato indiano in cui il ceto medio è composto da milioni di persone. Nell’ultimo decennio l’interscambio tra i due paesi è cresciuto esponenzialmente, tanto da passare da 3 a 60 miliardi di dollari, sebbene i flussi commerciali siano stati ben inferiori alle aspettative. Nel corso della sua visita, Wen Jabao ha auspicato inoltre per il futuro una maggiore apertura del mercato cinese alle aziende indiane che operano in settori fondamentali come quello dell’information technology, farmaceutico e agricolo.  La Cina punta quindi ad essere anche nel prossimo futuro il primo partner commerciale dell’India, stringendo ancor di più le relazioni con quello che viene considerato da molti analisti, ormai da qualche anno, il naturale, ed unico, competitor alle aspirazioni di potenza cinese nell’area asiatica. Sebbene siano state rilasciate dichiarazioni di circostanza, l’assistente del Ministro degli Esteri cinese ha dichiarato infatti che nel mondo c’è sufficiente spazio per la crescita di entrambe le economie e il premier indiano Manmohan Singh si è detto convinto che una solida partnership economica tra i due paesi contribuirà a mantenere la stabilità e la prosperosità in tutta la regione, permangono molti dubbi sulla futura evoluzione del rapporto tra i due colossi asiatici. Spinose questioni politiche potrebbero infatti favorire il riacutizzarsi delle tensioni tra Pechino e New Delhi, incapaci, in quasi cinquant’anni, di trovare un accordo per delineare gli esatti confini della regione himalayana dell’ Arunachal Pradesh. L’India non vede di buon occhio la partnership tra il governo di Pechino e quello di Islamabad, senza contare che a New Delhi sono in molti ad accusare i cinesi di supportare i gruppi di ribelli maoisti attivi nel Bihar e in diversi stati indiani. Altra questione aperta riguarda i fiumi che nascono nel Tibet cinese ma scorrono in territorio indiano: Pechino vorrebbe costruire dighe idroelettriche sbarrando il corso del fiume Brahmaputra ma il governo di New Delhi si è sempre opposto a progetti di questo tipo. Sull’altro fronte, l’esecutivo cinese non ha mai nascosto la propria insofferenza verso l’accoglienza data dall’India ai profughi tibetani in esilio. Senza dimenticare che, ultimo sgarbo in una storia di relazioni difficili e alquanto delicate, l’ambasciatore indiano in Norvegia ha partecipato alla cerimonia dei Nobel in cui è stato consegnato il premio al dissidente cinese Liu Xiaobo, nonostante la leadership cinese avesse chiaramente espresso il suo dissenso.

Il capo negoziatore indiano Nirupama Rao ha dichiarato che i legami tra Pechino e New Delhi si consolideranno se la Cina si mostrerà più sensibile alle questioni chiave che riguardano la sovranità e l’integrità territoriale dell’India. Una posizione che, se mantenuta nel prossimo futuro, non favorirà di certo la distensione nei rapporti tra i due paesi. Non bisogna però dimenticare che New Delhi ha bisogno del sostegno di Pechino per poter sperare di ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questione che, per la Cina, potrebbe trasformarsi in un vantaggio strategico in vista di nuove richieste all’esecutivo indiano. Al momento, quindi, la situazione sembra rimanere fluida. Da una parte, il governo cinese, forte di una supremazia economica che non ha eguali, sta cercando, e cercherà nel prossimo futuro, di consolidare la propria leadership nell’area asiatica. Dall’altra, l’India è impegnata a mantenere il ruolo di unico, credibile, competitor allo strapotere cinese. In questo sarà probabilmente supportata dalla Casa Bianca: non sembra essere un caso che Obama abbia già garantito il sostegno statunitense alle richieste dell’esecutivo di New Delhi riguardo alla possibilità che l’India diventi il sesto membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questo sembra essere il primo segnale di quella che sarà la strategia per neutralizzare il tentativo cinese di dominio dell’area. Più che l’impero di Cindia, si dovrebbe quindi considerare il quadrante asiatico come una grande scacchiera. Situazione che gli Stati Uniti conoscono bene, terreno di una sfida futura il cui vincitore sarà probabilmente l’unica superpotenza rimasta nel panorama internazionale.

December 14, 2010

Libia porta d’Europa, negoziati e aiuti economici per fermare i clandestini

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Le ultime dichiarazioni rilasciate dal Ministro dell’Interno libico Abdalfatah Yunes Elabedi, che ha confermato la volontà libica di non fermare i clandestini diretti verso l’Europa se questa non accetterà le richieste dell’esecutivo di Tripoli, hanno riportato l’attenzione della comunità europea sull’atteggiamento del paese nordafricano rispetto alla questione dei flussi migratori verso il Vecchio Continente. La Libia è divenuta infatti nel corso degli anni una sorte di confine naturale tra due mondi, l’ultimo punto di approdo per le migliaia di clandestini provenienti dalle regioni a sud del Sahara prima di intraprendere i viaggi della speranza diretti verso l’Europa.

L’immigrazione intercontinentale è uno degli ambiti di cooperazione più delicati tra Tripoli e Bruxelles, la Commissione Europa ha recentemente deciso di stanziare 50 milioni di euro per finanziare progetti destinati a migliorare le condizioni dei profughi in rotta verso le coste europee del Mediterraneo e i fondi saranno destinati a piccole e medie imprese che aderiscono alle normative UE. Gli aiuti economici decisi a Bruxelles negli ultimi mesi sono da considerarsi una parte fondamentale del programma di cooperazione con il paese nordafricano in cui è previsto anche il dialogo sui rifugiati: la decisione del governo di Tripoli di accettare un confronto sullo status dei migranti è stato definito un punto di svolta fondamentale nelle relazioni tra la Libia e l’Unione Europea. Non bisogna dimenticare infatti che l’esecutivo libico ha rifiutato più volte, nel corso degli ultimi anni, di riconoscere lo status di “richiedente asilo”, respingendo al contempo la richiesta dell’ex Commissario alla Giustizia e agli Affari Interni Jacques Barrot per intavolare discussioni sul tema del rispetto dei diritti umani.  L’accordo non vincolante firmato in ottobre a Ginevra da Cecilia Malmstrom, Commissaria Europea per gli Affari Interni, Stefan Fule, Commissario Europeo per l’allargamento e la politica europea di vicinato, e le controparti libiche, prevede che il governo di Tripoli riceva l’assistenza di esperti dell’Unione Europea per adottare una nuova legislazione sulla protezione dei rifugiati ed aggiornare i sistemi di sorveglianza delle frontiere. L’intesa tra le parti si sviluppa attorno a cinque punti programmatici fondamentali:

• Favorire il dialogo e la cooperazione panafricana, punto che prevede lo sviluppo di progetti nell’Africa subsahariana in cui hanno origine i flussi migratori

• Favorire la mobilità, con facilitazioni sulla concessione di visti ai cittadini libici per soggiorni brevi nello spazio Schengen e l’ipotesi di abolizione, nel prossimo futuro, della necessità di visto per i cittadini UE in Libia

• Sostegno alla Libia per l’assistenza degli emigranti clandestini e per la loro eventuale formazione al lavoro, con assistenza adeguata agli standard internazionali e possibile offerta di assistenza per rientri volontari dei clandestini intercettati.

• Controllo delle frontiere: rinforzo dei controlli contro gli ingressi irregolari, con condivisione di informazioni e cooperazione per il pattugliamento delle frontiere.

• Protezione internazionale: sostegno alla Libia per gestire le richieste di asilo in linea con gli standard internazionali e aiuto per il riconoscimento dei requisiti per la concessione dello status di rifugiato.

La Malmstrom ha dichiarato che lo sviluppo di una cooperazione equilibrata con la Libia in tutte le dimensioni delle migrazioni è un’importante priorità per l’UE, anche perché le parti condividono interessi comuni in settori come il commercio, l’energia e la sicurezza. Le organizzazioni per i diritti umani hanno criticato l’accordo, che è stato definito vago ed inconcludente, e hanno espresso la loro preoccupazione perché la questione sarebbe stata trattata in termini troppo generici, senza una chiara definizione dei doveri spettanti alle autorità libiche. Le critiche da parte delle organizzazioni internazionali sono dovute principalmente a quanto accaduto nel corso dell’ultimo biennio. Il governo di Tripoli ha infatti intensificato la repressione contro i profughi somali, eritrei, del Darfur e provenienti dalla regione dell’Africa occidentale, considerando i rifugiati come clandestini senza diritti né possibilità di richiedere asilo. I centri di detenzione per gli immigrati respinti, almeno 18 solo nella zona di Tripoli, restano “off limits” sia per gli ispettori internazionali che per i delegati dei paesi che hanno chiesto di poterli visitare. Negli ultimi mesi, inoltre, le organizzazioni umanitarie e alcuni media europei hanno documentato casi di arresti arbitrari, torture e deportazioni nel deserto di migliaia di rifugiati provenienti dai paesi sopra citati e il governo libico ha disposto la chiusura dell’ufficio dell’UNCHR, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati.
Molti osservatori internazionali hanno più volte fatto notare che, a differenza di quanto sostenuto dalle autorità libiche, i flussi migratori verso l’UE non si sarebbero arrestati negli ultimi anni ma avrebbero semplicemente cambiato rotta. L’immigrazione clandestina via mare è infatti una minima parte del problema, dato che, stando alle rilevazioni effettuate, quattro quinti dei migranti sarebbe giunto in Europa attraverso corridoi terrestri tra cui quello di confine tra Grecia e Turchia.

La Libia sembra mantenere sulla questione un atteggiamento piuttosto ondivago. A conferma di questa tesi è giunta la decisione presa dal governo di Tripoli, che ha respinto le raccomandazioni delle Nazioni Unite riguardanti l’adozione di una legislazione sull’asilo politico e ha rigettato la richiesta di firmare un trattato d’intesa che permetta la presenza nel paese di un ufficio dell’ UNHCR. Al contempo, i funzionari libici hanno fatto sapere che il paese nordafricano non aderirà al Protocollo del 1967 della Convenzione dell’ONU sullo status dei rifugiati. Il capo della delegazione libica agli incontri d’esame periodici delle Nazioni Unite, Abdelati el-Obeidi, ha dichiarato che la Libia non ha alcuna intenzione di ricoprire il ruolo di polizia di confine dell’Unione Europea nella lotta contro l’immigrazione illegale e che non può essere lasciata sola nel farsi carico dell’onere posto da questo fenomeno. Il governo di Tripoli ha quindi chiesto che venga preparata una strategia condivisa e che ci sia maggiore partecipazione da parte di tutti i paesi, africani ed europei, per combattere più efficacemente l’immigrazione clandestina. Il Ministro degli Esteri, Moussa Koussa, ha ribadito che la Libia si aspetta dall’UE uno stanziamento da 5 miliardi di euro all’anno per bloccare definitivamente i flussi migratori. Il Commissario Malmstrom ha rigettato fermamente la richiesta, dichiarando che la cifra corrisponde alla totalità degli aiuti che vengono versati dall’Unione Europea ai paesi del continente africano, Bruxelles non sarebbe quindi in grado di soddisfare la richiesta dell’esecutivo libico. Ieri le dichiarazioni del Ministro dell’Interno libico riportate in apertura e le nuove pressioni diplomatiche per ottenere maggiori stanziamenti.

Da tempo, ormai, l’atteggiamento del governo guidato da Muhammar Gheddafi sembra essere caratterizzato da una certa riluttanza nel recepire le istanze delle maggiori istituzioni internazionali, anche se bisogna riconoscere che, allo stesso tempo, i libici si dimostrano maggiormente collaborativi nei rapporti con gli alleati o i paesi amici. Sfruttare i rapporti bilaterali tra la Libia e i differenti stati membri per favorire le discussioni con il governo di Tripoli, soprattutto riguardo al fenomeno dell’immigrazione e dei diritti dei profughi, potrebbe rivelarsi una strategia in grado di portare a risultati concreti, e positivi, in breve tempo. Resta comunque da verificare quale sarà, nel prossimo futuro, la volontà dell’establishment libico rispetto alle relazioni con l’Unione Europea e il mondo occidentale. Le costanti pressioni da parte della comunità internazionale potrebbero infatti portare ad un irrigidimento delle posizioni finora tenute, bloccando di conseguenza le discussioni e il processo negoziale tra UE e Libia.

December 10, 2010

Iran e Corea del Nord, una nuova politica di appeasement?

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Due situazioni diplomatiche difficili, due tavoli negoziali molto delicati che potrebbero rivelarsi un banco di prova importante per la diplomazia occidentale. Iran e Corea del Nord, due regimi invisi alla comunità internazionale intera capaci di paralizzare le discussioni diplomatiche per mesi, o anni, continuando intanto a sviluppare programmi nucleari che potrebbero essere utilizzati per la costruzione di ordigni bellici devastanti. Come uscire da un’impasse diplomatica sempre più pericolosa?

Iran – Dopo oltre un anno di paralisi, i negoziati di Ginevra fra la leadership iraniana e il gruppo dei 5+1, composto dai membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania, si sono conclusi con un nulla di fatto. Le parti hanno deciso di riunirsi nuovamente ad Istanbul nel prossimo gennaio, nel tentativo di riprendere le trattative sulla questione del programma nucleare iraniano in un clima di maggiore collaborazione. Pur confermando l’intesa sul nuovo appuntamento, il capo negoziatore iraniano Said Jalili ha dichiarato che nel prossimo incontro in Turchia non potrà essere messa in discussione l’interruzione del processo di arricchimento dell’uranio richiesto dalle Nazioni Unite. L’Iran non intende quindi negoziare i propri diritti in materia di nucleare, questo si evince dalle parole di Jalili, e il prossimo round di colloqui tra le parti potrebbe rivelarsi null’altro che una mera formalità per salvare un processo negoziale arenatosi ormai più di un anno fa. Il leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha fatto sapere che Teheran non rinuncerà mai ai suoi diritti sul nucleare, all’arricchimento dell’uranio al 20% e alla costruzione di impianti nucleari. Al contempo, affinché i prossimi colloqui in gennaio siano fruttuosi, ha chiesto che vengano cancellate tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e le sanzioni imposte dalla comunità internazionale negli ultimi mesi. Le parole del presidente iraniano sembrano essere l’ennesimo segnale di aperta sfida alla comunità internazionale e ai negoziatori del gruppo del 5+1, che si trovano ora a dover affrontare una situazione negoziale piuttosto delicata. Le dichiarazioni rilasciate dal Catherine Ashton, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera, sono apparse caute. Pur riconoscendo i diritti dell’Iran sul nucleare, la Ashton ha ribadito l’obbligo per la leadership di Teheran di rispettare le decisioni della comunità internazionale. Come detto, quindi, sembra permanere quello stallo negoziale iniziato quattordici mesi fa con la rottura diplomatica tra le parti e la decisione di aumentare la pressione sull’esecutivo iraniano imponendo nuove sanzioni. L’impasse non sembra però essere facilmente aggirabile, né sono trascurabili le posizioni iraniane sulla questione. A questo punto, infatti, la richiesta del gruppo dei 5+1 di sospendere l’arricchimento dell’uranio potrebbe rivelarsi non solo controproducente, poiché gli iraniani hanno già fatto sapere che su questo punto non sono disposti a trattare, ma soprattutto potrebbe essere interpretata come un chiaro segnale di debolezza al tavolo negoziale. Dopo aver prodotto il primo carico di uranio grezzo necessario per la successiva raffinazione e arricchimento, quella che viene comunemente definita yellowcake, il governo iraniano ha ottenuto il controllo completo del ciclo di arricchimento dell’uranio. Inutile, quindi, chiedere una sospensione del ciclo di sviluppo ad un governo che ha fatto passi avanti considerevoli negli ultimi mesi per poter divenire sempre più indipendente nella produzione di energia nucleare.

Corea del Nord – Pyongyang e Pechino hanno trovato un accordo nelle ultime ore, la tensione in Corea e nel quadrante asiatico sembra essere rientrata entro i livelli minimi di allerta. L’agenzia di stampa cinese ha fatto sapere che il consigliere di Stato e vice premier cinese Dai Bingguo e il leader nordcoreano Kim Jong-Il hanno raggiunto un’intesa sulle relazioni bilaterali e sulla situazione nella penisola coreana. Nei colloqui si è anche discusso di come migliorare le relazioni già amichevoli tra i due paesi: in pratica Pechino avrebbe chiesto a Pyongyang di non esasperare ulteriormente la situazione pena il ritiro dell’appoggio cinese alle istanze nordcoreane rispetto allo sviluppo del programma nucleare. La leadership cinese ha deciso di intervenire con una certa fermezza date le continue critiche da parte statunitense e la crescente instabilità in una regione fondamentale per gli interessi politici ed economici del gigante asiatico.  Nel corso delle ultime settimane la Casa Bianca ha ripetutamente invitato Pechino ad esercitare pressioni sull’alleato nordcoreano poiché, come dichiarato dall’Ammiraglio Mike Mullen, Capo di Stato Maggiore della Difesa statunitense, dal momento che le provocazioni di Pyongyang sembrano assumere una frequenza preoccupante anche il pericolo di possibili ritorsioni aumenta in maniera esponenziale. Anche in questo caso, dal punto di vista diplomatico ci si trova in una situazione di stallo. A differenza del caso iraniano, però, al momento l’impasse è dovuta al braccio di ferro in corso tra Pechino e Washington. La leadership cinese ha ripetutamente chiesto all’esecutivo statunitense di riaprire i negoziati a sei con la Corea del Nord ma dalla Casa Bianca è giunto un netto rifiuto. Tornare a dialogare con il regime di Pyongyang costituirebbe, agli occhi degli statunitensi, un premio inutile ad una leadership resasi colpevole di atti destabilizzanti per l’intera regione. Dello stesso avviso sono i governi di Giappone e Corea del Sud, potenziali obiettivi per nuovi attacchi da parte nordcoreana. Al momento la Cina sembra essere intenzionata a rimanere a fianco dell’alleato storico, anche se sempre più ingombrante, a costo di dover sfidare le posizioni del resto della comunità internazionale. Il confronto potrebbe essere già in atto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sede in cui Pechino sta bloccando con il proprio veto qualsiasi azione concernente l’impianto di arricchimento per l’uranio nordcoreano e l’attacco portato alla Corea del Sud nelle scorse settimane.

Conclusioni – Entrambe le questioni sembrano essersi arenate, Iran e Corea del Nord stanno tenendo sotto scacco la comunità internazionale intera con richieste che, per quanto abbiano un fondo di legittimità, non potranno essere accettate senza garanzie precise e un impegno importante da parte di tutte le leadership coinvolte. I risultati arriveranno per forza o per inerzia, è infatti probabile che all’Iran sia concesso lo sviluppo del programma nucleare civile mentre si tenterà di coinvolgere maggiormente la Cina per bloccare la Corea del Nord, un finale che lascia qualche dubbio, e preoccupazione, per il futuro. Difficile ora poter uscire da pericolose situazioni di stallo come quelle verificatesi con Teheran e Pyongyang, doveroso però sottolineare che sembra esserci un ritorno preoccupante verso quella politica di appeasement o, per dirlo all’italiana, accomodamento, che ha caratterizzato la politica internazionale nel periodo precedente alla Seconda Guerra Mondiale. Sebbene siano questioni come la pubblicazione degli inutili scoop di Wikileaks ad attirare l’attenzione del pubblico e dei media, ci troviamo ora davanti a dilemmi delicati che corrono su un filo sottile. Sebbene sia giusto tentare in ogni modo di scongiurare l’intervento militare, fino a che punto è giusto tollerare le bizzarrie di regimi capaci, lo si è visto con la Corea del Nord, di porre in essere attacchi imprevedibili? Quanto è ancora lontana quella linea fino a cui la diplomazia può spingersi, prima di lasciar spazio alla “continuazione della politica con altri mezzi”, in grado però di preservare la sicurezza di paesi alleati e, soprattutto, del nostro stesso futuro?

December 3, 2010

Il futuro dell’Egitto è racchiuso nell’enigma della Sfinge

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Il risultato delle elezioni per il rinnovo del Parlamento egiziano sembra non lasciare dubbi, il partito guidato dal Presidente Mubarak ha ottenuto infatti una schiacciante vittoria. I nazionaldemocratici hanno conquistato 170 seggi, un terzo di quelli disponibili, mentre i Fratelli Musulmani, principale gruppo di opposizione che controllava un quinto dei seggi nella precedente legislatura, non avrebbero ottenuto neppure un seggio. Il condizionale è però d’obbligo: sulle elezioni egiziane pesano le critiche degli osservatori internazionali e delle organizzazioni indipendenti. Mai, negli ultimi anni, erano stati denunciati così tanti brogli e violenze.

egypt elections 2010

Due morti, uno dei quali era il figlio di un candidato indipendente del Cairo, e diversi attacchi alle sedi dei nazionaldemocratici. Violenze in tutto il paese e dure critiche da parte degli osservatori internazionali e dalle organizzazioni non governative, che hanno monitorato l’andamento delle votazioni. Così si è concluso il weekend elettorale in Egitto, appuntamento atteso da molti analisti internazionali, che ha riservato risultati sorprendenti. Il Pnd, formazione guidata da Hosni Mubarak, ha infatti conquistato un terzo dei seggi disponibili e avrà 377 candidati impegnati nei prossimi ballottaggi, molti dei quali si scontreranno in una disputa tutta interna al partito per conquistare gli ultimi seggi disponibili. In altre parole, il presidente e i parlamentari del Pnd si troveranno a guidare il paese senza una seria opposizione. I Fratelli Musulmani, che controllavano un quinto dei seggi nella passata legislatura, sono andati incontro ad una pesante sconfitta, non avendo ottenuto neppure i voti necessari per poter entrare in Parlamento. L’opposizione laica si dovrà invece accontentare di soli cinque rappresentanti all’Assemblea Nazionale, due facenti parte del partito liberale Wafd e gli altri tre appartenenti alle formazioni Tagammu, El Ghad e El Adala. Anche le discrepanze sui dati riguardanti la partecipazione popolare alle elezioni sono state fonte di polemiche.
L’Alta commissione elettorale, organo formato da giudici e parlamentari, ha fatto sapere che, secondo le stime ufficiali, un quarto dei 41 milioni di egiziani iscritti alle liste elettorali si sarebbe recato a votare, mentre i dati presentati dall’Associazione egiziana per la valorizzazione della partecipazione comunitaria indicano invece che l’affluenza alle urne sarebbe stata intorno al 10% degli aventi diritto al voto. Il leader del Network Arabo per l’informazione sui diritti umani, organizzazione con sede al Cairo, ha fatto notare che i dati ufficiali sulla partecipazione sarebbero stati calcolati sulla base del numero di schede presenti nelle urne. Piccolo particolare, non proprio irrilevante: secondo le organizzazioni che hanno monitorato l’andamento delle votazioni almeno la metà delle schede sarebbero state compilate prima ancora del voto e dovrebbero quindi essere considerate nulle.

I leader dei Fratelli Musulmani hanno denunciato i brogli elettorali e hanno già fatto sapere che non riterranno validi i risultati delle votazioni. In accordo con il Partito Liberale Wafd boicotteranno i ballottaggi che si terranno il prossimo weekend e hanno invitato gli elettori a non recarsi alle urne. Di tutt’altro tono le dichiarazioni rilasciate dal portavoce della commissione elettorale, Sameh al-Kashef, secondo cui gli sporadici episodi di irregolarità non hanno avuto alcun impatto sulla trasparenza del primo turno delle votazioni. Il livello di tensione rischia di salire nelle prossime settimane, il risultato dei ballottaggi è scontato ma il tracollo dei Fratelli Musulmani e del Wafd avrebbero, secondo alcuni osservatori, “sconvolto la nazione”. Quanto successo durante il weekend ha destato preoccupazione anche al di fuori dei confini egiziani. P.J. Crowley, portavoce del Dipartimento di Stato, ha dichiarato che le notizie di interferenze e intimidazioni da parte delle forze di sicurezza egiziane nel giorno delle elezioni preoccupano profondamente l’esecutivo statunitense, rimasto inoltre meravigliato per l’interruzione della campagna elettorale imposta ai candidati dell’opposizione e dagli arresti dei loro sostenitori. Il Dipartimento di Stato ha poi fatto sapere in una nota ufficiale che la fiducia nel risultato delle elezioni ci sarà solo nel momento in cui il governo egiziano garantirà pieno accesso agli osservatori indipendenti.

La schiacciante vittoria del Pnd potrebbe rivelarsi un punto di debolezza per la leadership egiziana, soprattutto in vista della possibile successione al potere che vedrà probabilmente Gamal Mubarak sostituire il padre alla guida del paese. Non bisogna poi dimenticare che il partito del presidente sembra attraversare un periodo segnato da profondi squilibri per via delle continue diatribe interne tra i vari rappresentanti locali, giunti in più di un’occasione allo scontro fisico nelle circoscrizioni in cui la competizione elettorale era tra candidati dello stesso Pnd. Quanto successo nell’ultimo weekend potrebbe essere un segnale in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno. Difficilmente Mubarak lascerà la carica, e il potere, se non nelle mani di un erede da lui stesso designato, sia questo il figlio o un rappresentante del partito. Di certo però il presidente egiziano dovrà occuparsi nei prossimi mesi dei problemi che affliggono i nazionaldemocratici. Sebbene i Fratelli Musulmani e i partiti di opposizione laica siano stati relegati al ruolo di “sparring-partner” elettorale ciò non vuol dire che si asterranno dall’ostacolare le iniziative presidenziali. Soprattutto i primi, nelle regioni lontane dalla capitale così come nelle città popolose, potrebbero rilanciare il proprio ruolo di vera forza alternativa, capace di conquistare la leadership di un paese che ormai soffre sempre più lo strapotere di un presidente ormai in carica da trent’anni. Il 5 dicembre gli egiziani torneranno quindi a votare per un ballottaggio che sembra non avere più alcun senso.
A meno di improvvisi cambiamenti Mubarak riuscirà probabilmente a mantenere salda la sua leadership fino alle prossime elezioni presidenziali, ma il paese è ormai di fronte ad un bivio che potrebbe portare però ad un futuro alquanto incerto. Da una parte sembra esserci la strada che porta ad un cambiamento, considerato pericoloso da molti paesi amici dell’Egitto che temono di vedere il Cairo avvicinarsi sempre più alle altre capitali “islamiche” della regione. Dall’altra una più rassicurante continuità, nel solco trentennale tracciato da uno dei leader più attivi nell’area mediorientale e sostenuto da molti dei governi del mondo occidentale.

Simone Comi

November 26, 2010

Ad un passo dalla guerra

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E’ stato definito come uno dei più duri attacchi dalla fine della guerra di Corea nel 1953. L’aggressione militare della Corea del Nord non ha precedenti nella storia recente della penisola, divisa in due da una linea di confine sottile eppur profonda. La tensione nel quadrante asiatico ha raggiunto il suo punto apicale e sembra farsi sempre più prossimo il punto di non ritorno. Corea del Nord e Corea del Sud ad un passo dalla guerra, quindi, ma lo scontro potrebbe avere conseguenze importanti sulla stabilità della regione e aprire contenziosi internazionali di una certa rilevanza.

L’attacco dei giorni scorsi contro l’isola di Yeonpyeong, 120 chilometri a ovest di Seoul, non ha precedenti nella storia recente delle relazioni tra la Corea del Nord e la Corea del Sud. Sebbene non ci siano state perdite rilevanti tra le fila sudcoreane né siano colpiti siti sensibili, l’aggressione dell’esercito di Pyongyang ha provocato un innalzamento della tensione in tutto il quadrante asiatico e scatenato le paure dei paesi che hanno finora sostenuto il governo di Seoul nella richiesta di sanzioni contro l’esecutivo nordcoreano. Lo stato di allerta, quindi, è stato portato al massimo livello in Corea del Sud, ma non solo. Il premier Naoto Kan ha dichiarato infatti che il Giappone è pronto ad ogni eventualità, lasciando intendere che Tokyo non starà certo ad attendere l’evolversi degli eventi prima di intervenire per azzerare una minaccia di tale portata. La tensione ha raggiunto nelle ultime ore il punto apicale e lo scontro aperto potrebbe essere sempre più prossimo. Un’eventuale guerra tra le due Coree potrebbe avere conseguenze importanti sulla stabilità della regione intera e, dati gli attori impegnati a sostegno di una o dell’altra parte, aprire contenziosi internazionali di una certa rilevanza.

A livello regionale, un confronto militare tra i due paesi potrebbe riaprire vecchie questioni mai del tutto superate. La Corea del Sud, infatti, ha stretti legami politici e commerciali con il Giappone, mentre la Corea del Nord è stata finora protetta nelle sedi internazionali dal governo di Pechino.
Il premier giapponese Naoto Kan e quello sudcoreano Lee Myung Bak si sono accordati per favorire una comune collaborazione nel gestire la crisi. Kan ha inoltre assicurato che il governo nipponico chiederà alla Cina di esercitare forti pressioni diplomatiche affinché cessino le continue provocazioni da parte di Pyongyang, principale causa di dissidi tra le due Coree. Non bisogna inoltre dimenticare che il Giappone aveva già richiesto l’intervento cinese nelle scorse settimane: la questione del nucleare nordcoreano, il cui continuo sviluppo è uno degli elementi che potrebbe favorire l’instabilità nel quadrante asiatico, rimane uno dei temi caldi nelle relazioni tra i due paesi. Il Governo cinese ha inizialmente commentato l’accaduto mantenendo un basso profilo, limitandosi ad esprimere dolore e rammarico per la perdita di vite umane senza però condannare fermamente l’azione nordcoreana. Finora la Cina ha protetto l’esecutivo di Pyongyang, divenuto un elemento di disturbo per la comunità internazionale quanto per la stabilità regionale, nell’ottica di una contrapposizione con gli Stati Uniti nell’area asiatica, ma il recente attacco potrebbe costare al governo di Pechino la credibilità diplomatica nel ruolo di mediatore in situazioni ad alto rischio di conflittualità. Molto dipenderà, quindi, da quella che sarà la posizione della leadership cinese nelle prossime ore, per questo motivo non si possono escludere a priori contenziosi diplomatici sull’asse Tokyo-Pechino nel caso in cui l’esecutivo guidato da Wen Jiabao tentasse nuovamente di ostacolare le iniziative sanzionatorie nei confronti della Corea del Nord.

Come detto poco sopra, oltre che portare instabilità nell’area asiatica lo scontro tra le due Coree potrebbe aprire contenziosi internazionali di una certa rilevanza. A seguito dell’attacco nordcoreano gli Stati Uniti hanno inviato nel Mar Giallo la USS George Washington, portaerei a propulsione nucleare in grado di trasportare 75 aerei da guerra e un equipaggio composto da 5.000 effettivi, avviando al contempo manovre militari congiunte con Seoul nella zona marittima antistante la penisola. Barack Obama ha chiarito che gli Stati Uniti non intendono attaccare l’esercito nordcoreano, quanto accaduto nei giorni scorsi non è considerato un atto sufficiente per scatenare uno scontro militare con Pyongyang. L’iniziativa della Casa Bianca sembra però essere un monito deciso, lanciato al governo nordcoreano e,al contempo, a quello cinese. Washington si aspetta infatti un intervento deciso da parte dell’esecutivo di Pechino ed auspica che la Cina riveda le sue posizioni sulla questione del nucleare nordcoreano. Alcuni timidi segnali in questo senso si sono avuti nelle ultime ore: il premier cinese Wen Jiabao, a margine dei colloqui bilaterali con il leader russo Dmitry Medvedev, ha dichiarato che Pechino è contraria alle provocazioni militari nordcoreane, confermando al contempo la disponibilità alla riapertura dei colloqui sulla questione dello sviluppo del programma nucleare.

Al momento la situazione sembra essere caratterizzata da una certa fluidità. I giocatori di questa pericolosa partita non hanno ancora scoperto tutte le carte. A seguito della visita di Kim Jong Il e del suo successore designato, il figlio Kim Jong Un, alla base di artiglieria nella provincia di South Hwanghae, da dove è partito l’attacco, i due leader hanno dichiarato che la Corea del Nord sarebbe pronta a muovere guerra contro Seoul in caso di provocazioni da parte del vicino. Molti osservatori internazionali sostengono che l’attacco sia una dimostrazione di forza da parte del futuro Presidente Eterno, che potrebbe così affermare la propria leadership e mostrarsi capace di qualcosa che i suoi predecessori non sono mai riusciti a mettere in atto. La partita rimane quindi aperta, in attesa di nuovi eventi. Mentre Seoul, Tokyo e Washington sono pronte ad una dura risposta e all’opzione militare, Pechino e Mosca preferirebbero risolvere la questione tentando nuovamente di intavolare negoziati e trattative con il governo di Pyongyang. Stante l’attuale situazione la via diplomatica sembra essere la più probabile, anche se non si può escludere a priori la possibilità di un secondo attacco nordcoreano. In quel caso, la comunità internazionale si troverebbe a dover gestire un nuovo conflitto. Una guerra che potrebbe ridefinire gli equilibri nell’area asiatica così come i rapporti tra alcuni dei maggiori players internazionali, che nel quadrante del Pacifico hanno interessi non solo commerciali ma ancor più geopolitici.

November 25, 2010

L’ultimo viaggio del mercante della morte

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Victor Bout, questo il vero nome del “mercante della morte”. Un personaggio che ha saputo costruire un impero dopo la caduta del Muro di Berlino, vendendo armi praticamente in tutto il mondo e restando nell’ombra per molto tempo. Il suo caso potrebbe far nascere un contenzioso diplomatico tra Washington e Mosca, sul suo conto sono stati scritti libri e la sua vita ha ispirato un film, eppure la sua figura resta enigmatica. Quali sono i segreti che custodisce? Perché la sua estradizione negli Stati Uniti ha scatenato una guerra diplomatica tra la Casa Bianca ed il Cremlino?

Arrestato due anni fa in Thailandia dopo aver tentato di vendere un importante stock di armi ad alcuni agenti della DEA (Drug Enforcement Administration) statunitense fintisi guerriglieri delle FARC, Victor Bout è stato estradato negli Stati Uniti a seguito di pressioni politiche da parte della Casa Bianca. La decisione della corte thailandese ha suscitato durissime proteste da parte del Cremlino e potrebbe portare ad una crisi diplomatica in stile Guerra Fredda. Chi è Victor Bout? Perché il suo caso ha destato tanto clamore e rischia di compromettere le relazioni tra Washington e Mosca? Nato nel 1967 a Dushambe, in Tajikistan, Bout ha fatto parte per molti anni del GRU, il servizio di intelligence dell’esercito russo. Dopo la caduta del Muro di Berlino è riuscito, grazie ai legami nell’esercito e dopo aver corrotto funzionari governativi compiacenti, ad acquistare dall’Aeroflot, la compagnia di bandiera sovietica, una flottiglia composta da Antonov, Tupolev, Ilyushin e Yakovlev e ad avere accesso ai depositi di armi date in dotazione all’Armata Rossa. Nel 1992 ha inizio la sua ascesa nel firmamento dei trafficanti di armi internazionali: una galassia di società commerciali fittizie lo nasconde agli occhi delle autorità e facendo i primi affari con le milizie talebane in Afghanistan getta le basi di quello che diverrà, da lì a poco, un vero e proprio impero economico. Verso la fine degli anni ’90 sposta i suoi commerci dal quadrante asiatico al continente africano, dilaniato da guerre intestine e massacri. Dal 1997 al 2004 è al contempo il primo fornitore d’armi del Movimento di Liberazione del Congo guidato da Jean Pierre Bemba e del Reassemblamento Congolese per la Democrazia guidato da Wamba Dia Wamba. Sempre in Africa, Bout entra nel mercato delle armi in Sierra Leone, rifornendo i guerriglieri del Fronte Rivoluzionario Unito, in Liberia, diventando il primo fornitore delle milizie legate all’ex presidente Charles Taylor attualmente sotto processo per crimini contro l’umanità, in Uganda, equipaggiando l’esercito impegnato nell’invasione del Congo con elicotteri da combattimento MI-24 di fabbricazione russa, e in Kenya, armando le numerose bande armate al soldo dei diversi signori della guerra. Nello stesso periodo, il trafficante tajiko decide i suoi incrementare i suoi guadagni commerciando grosse partite di coltan, diamanti ed altri materiali preziosi provenienti dalle zone occupate del Congo.

I migliori clienti africani di Bout sono stati i paesi legati agli Stati Uniti, impossibile dunque pensare che a Washington nessuno conoscesse la portata dei traffici dell’ex spia russa divenuta mercante d’armi. Al contempo, durante l’occupazione ugandese e rwandese delle zone est del Congo, gli aerei di Bout sono stati utilizzati da alcune agenzie umanitarie delle Nazioni Unite per il trasporto di persone e merci nonostante contro di lui sia stato spiccato un mandato di cattura internazionale per traffico illecito di armi. Nonostante la sua sia una storia fatta di poche luci e molte ombre, dopo aver fondato la Air Bus è divenuto uno dei contractor ufficiali del Pentagono, per cui ha trasportato forniture militari in Iraq dal 2003 fino a qualche tempo fa. Il suo arresto in Thailandia e la conseguente estradizione negli Stati Uniti rischia ora di creare non pochi imbarazzi a livello internazionale. Accusato di cospirazione con l’intento di uccidere cittadini statunitensi, di acquistare e vendere missili anti-aerei e di fornire sostegno a gruppi terroristici, Bout rischia il carcere a vita. Il suo caso, come detto sopra, potrebbe far nascere un contenzioso in stile Guerra Fredda tra Washington e Mosca. Il Ministero degli Esteri russo ha chiesto che i diplomatici dell’ambasciata negli Stati Uniti possano assistere agli interrogatori e in una nota rilasciata alle agenzie di stampa internazionali il consigliere presidenziale Serghei Prikhodko ha sottolineato come Bout non sia detentore di alcun segreto militare. In realtà il Cremlino teme che, dati i suoi rapporti con personaggi influenti dell’establishment tra cui il vicepremier Igor Sechin, l’ex spia sovietica possa rivelare informazioni compromettenti rispetto ad alcuni traffici di armi proibiti da sanzioni internazionali. Il Ministro degli Esteri Serghej Lavrov ha fatto sapere che quanto accaduto rischia di far saltare il riavvicinamento tra i due paesi, la questione potrebbe quindi portare al congelamento delle trattative su un eventuale supporto russo in Afghanistan e sul progetto dello scudo spaziale europeo. Al prossimo vertice NATO di Lisbona Barack Obama e Dmitri Medvedev si troveranno quindi a dover affrontare una pericolosa situazione di stallo: la mancata ratifica del Trattato Start al Congresso e il caso Bout potrebbero infatti far naufragare definitivamente la strategia del “reset” voluta dalla Casa Bianca e gradita al Cremlino, probabile preludio ad un nuovo periodo di tensioni politiche tra i due paesi.

Medio Oriente, ancora possibile un accordo di pace?

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Procede tra mille difficoltà il tentativo della diplomazia statunitense di riaprire le trattative tra israeliani e palestinesi, arenatesi dopo la decisione del governo di Tel Aviv di non retrocedere sulla questione degli insediamenti a Gerusalemme est. Il Segretario di Stato Hillary Clinton ha dichiarato che gli Stati Uniti credono ancora nella riapertura delle trattative tra israeliani e palestinesi in vista di un possibile accordo di pace. Allo stesso tempo, però, la Casa Bianca continua a fare pressioni sull’esecutivo israeliano affinché venga bloccata la politica di espansione dei nuovi insediamenti a Gerusalemme est, principale ostacolo sulla via del processo di pace. Il governo di Tel Aviv non sembra voler retrocedere su una questione che crea forti imbarazzi e dure critiche da parte della comunità internazionale. Al momento sembra esserci quindi uno stallo importante nelle trattative tra le parti e l’iniziativa dell’Autorità Nazionale Palestinese, che ha richiesto una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per discutere i nuovi piani israeliani per le colonie, potrebbe definitivamente congelare la questione. Barack Obama, in visita in questi giorni in Asia, ha dichiarato che rimangono enormi ostacoli da superare per giungere ad un accordo di pace tra israeliani e palestinesi, segnale del fatto che la situazione sembra essere ancor più delicata rispetto al recente passato. Gli Stati Uniti si trovano quindi a dover interpretare un ruolo particolarmente difficile dati gli ultimi avvenimenti e la mediazione tra due parti tanto distanti potrebbe impegnare non poco un esecutivo statunitense che si trova a dover affrontare una situazione di difficoltà sul versante della politica interna. La Casa Bianca ha deciso di compiere passi importanti in entrambe le direzioni: sul fronte delle relazioni con l’ANP, Barack Obama ha deciso di accordare un ulteriore stanziamento da 150 milioni di dollari in aiuti dopo quello da 400 milioni di dollari varato lo scorso giugno. Secondo quanto dichiarato dalla Clinton, i nuovi fondi costituiscono un sostegno ai palestinesi e serviranno a finanziare due ambiti del processo di pace, che comprende i negoziati con Israele e la realizzazione di istituzioni e competenze. Il Segretario di Stato statunitense ha poi sottolineato che Washington lavorerà con l’Autorità Nazionale Palestinese sostenendo gli sforzi volti alla costituzione di un futuro Stato palestinese, che sia in grado di autogovernarsi, occuparsi delle esigenze della sua popolazione e garantirsi la sicurezza. I progressi nelle relazioni tra i due paesi serviranno, secondo la Clinton, a dare fiducia ai negoziatori togliendo al contempo credibilità alle richieste di rinvio dei negoziati. Le iniziative dell’esecutivo statunitense mirano quindi a fare dell’ANP un partner credibile in vista di futuri accordi, resta però da verificare quale sarà la posizione dell’esecutivo israeliano su una questione così delicata.

Allo stesso tempo è stato confermato da fonti israeliane che gli Stati Uniti incrementeranno in modo considerevole nel prossimo biennio il proprio arsenale bellico d’emergenza a disposizione dello storico alleato mediorientale. In pratica, l’esercito statunitense aumenterà l’arsenale di armamenti a disposizione di Israele, tra cui veicoli blindati, artiglieria, munizioni e bombe di precisione per l’aviazione militare, che potrebbe essere utilizzato, dopo autorizzazione della Casa Bianca, in caso di emergenza, così come successo nel 2006 durante la guerra contro Hezbollah in Libano.
L’aumento previsto è di circa 400 milioni di dollari, che andrà a sommarsi a quello attuale, stimato attorno agli 800 milioni di dollari. Il sostegno militare avrà probabilmente come conseguenza immediata l’interruzione dell’espansione dei kibbutz nell’area della Cisgiordania, o almeno questa è la richiesta che sarebbe stata fatta dal Dipartimento di Stato alle autorità israeliane. Cifre importanti, chiaro segnale ad un esecutivo israeliano entrato spesso in contrasto con la Casa Bianca su questioni riguardanti la sicurezza nella regione mediorientale.

La questione israelo-palestinese sembra, come detto, attraversare un momento di stallo. Le due parti sono quanto mai lontane dal poter giungere ad un accordo di pace e la mediazione statunitense non sembra aver dato un impulso sufficiente alla riapertura di seri negoziati diplomatici. E’ azzardato fare previsioni sulle eventuali evoluzioni di una situazione così delicata ma, stando a quanto finora descritto, è possibile tratteggiare due differenti scenari per il prossimo futuro. Sebbene appaia un’eventualità destinata a non concretizzarsi a breve, non si può escludere a priori un ritorno alle trattative tra le parti nei prossimi mesi. Affinché possa realizzarsi questa possibilità dovrebbe però esserci un più serio impegno israeliano per la risoluzione della questione legata agli insediamenti, punto su cui l’esecutivo di Tel Aviv è stato finora poco disposto a fare concessioni. In caso di un ulteriore innalzamento della tensione non si può quindi escludere un nuovo, massiccio, intervento militare su Gaza, territorio sempre più stretto nella morsa tra Israele ed Egitto. Le incursioni degli elicotteri israeliani nei cieli della striscia continuano senza sosta così come la caccia ai guerriglieri palestinesi. Così come già successo in passato, la situazione potrebbe quindi peggiorare ulteriormente nel caso di un irrigidimento delle posizioni diplomatiche tra le parti.

Unione Europea e Cina, verso un futuro carico di tensioni?

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Un sostanziale nulla di fatto: questo lo sconfortante risultato dell’ultimo vertice tra Unione Europea e Cina. Dal 2003, anno in cui fu firmato il partenariato strategico tra Bruxelles e Pechino, non sembrano esserci stati cambiamenti rilevanti nelle relazioni politiche tra i due giganti internazionali. Nel comunicato ufficiale rilasciato al termine dell’incontro tenutosi ad inizio ottobre sono state inserite semplici indicazioni generiche, i temi discussi tra le due parti non sembrano inoltre costituire la base di partenza ideale per rilanciare una cooperazione entrata ormai da qualche tempo in una pericolosa fase di stallo. Sebbene la riforma del Fondo Monetario Internazionale, le questioni energetiche e i cambiamenti climatici interessino infatti entrambe le leadership, il confronto su questi punti sembra essere più che altro un diversivo per evitare tensioni e screzi, un tentativo per rimandare uno scontro politico sempre più imminente. Gli scenari internazionali sono cambiati rispetto al 2003, l’Europa si trova, e si troverà nel prossimo futuro, a dover far fronte ad una Cina sempre più intraprendente sia sul piano economico che su quello politico. Quale sarà la risposta dell’Unione a quella che viene definita l’avanzata cinese nel Vecchio Continente? La strategia di Pechino è ormai nota, se non altro perché già utilizzata negli ultimi anni con gli Stati Uniti. Il governo cinese ha deciso di riversare ingenti capitali sul mercato europeo, sostenendo al contempo il debito pubblico di molti paesi membri dell’eurozona. Rispetto al passato, l’UE sembra aver perso quella posizione di forza relativa che era frutto dell’adozione dell’euro e dell’allargamento ai paesi della fascia centrorientale, iniziative nate per favorire la creazione di un mercato interno tra i più ricchi al mondo. Questo parziale declino europeo in ambito internazionale, dovuto anche alla delusione delle leadership che avevano scommesso su un’Unione più forte e coesa, è un fattore fondamentale per determinare quali siano al momento i delicati equilibri tra Bruxelles e Pechino. I leader del Vecchio Continente pensavano che per fronteggiare l’ascesa cinese sarebbe stato sufficiente incrementare il volume degli scambi con Pechino, in modo da poter legare a doppio filo l’economia europea a quella asiatica bilanciando al contempo l’egemonia statunitense. Questa strategia sembra però essere fallita: la crisi economica, lo stallo nella crescita e lo stato delle finanze pubbliche di molti paesi membri hanno infatti portato ad una profonda ridefinizione dei rapporti di forza, tanto che la Cina può giocare un ruolo di primo piano in questioni capaci di rompere i già fragili equilibri all’interno dell’Unione Europea.
Il governo di Pechino è intervenuto attivamente per sostenere le disastrate finanze greche, sottoscrivendo bond emessi dalla Banca di Grecia e rilasciando dichiarazioni di fiducia nei confronti del governo guidato da George Papandreou. La leadership cinese si è attivata inoltre senza indugi per ampliare il commercio bilaterale, approfondire la cooperazione sul trasporto marittimo e promuovere la cooperazione negli investimenti e nel turismo. Iniziative lodevoli per sostenere un paese in grave difficoltà, ma che andranno sicuramente a ledere le relazioni che intercorrono tra la Grecia e alcuni dei paesi membri dell’Unione, scatenando tensioni endogene difficilmente gestibili da Bruxelles. In comparti fondamentali di molte delle economie europee, come quello manifatturiero, i cinesi vorrebbero inoltre acquisire quel know how tecnologico indispensabile per l’ulteriore sviluppo delle industrie nazionali. Se è vero che il rischio di un innalzamento della tensione sociale interna ai paesi membri dovrà essere gestito nelle capitali europee, Bruxelles dovrà però dimostrare di saper mitigare eventuali distorsioni del mercato proteggendo al contempo le industrie continentali messe in difficoltà da pratiche commerciali sleali.
Sia sul piano politico che su quello economico sono molte le questioni che le due leadership dovrebbero quindi affrontare in sede negoziale. L’eccessiva svalutazione competitiva dello yuan, l’accesso al mercato cinese e i diritti di proprietà intellettuale sono i temi legati all’economia che da troppo tempo rimangono ai margini dalle discussioni tra Bruxelles e Pechino. I segnali di fastidio del governo cinese rispetto alla richiesta di revisione del valore della moneta nazionale hanno probabilmente inibito i successivi punti, ma uno sforzo maggiore deve essere fatto per garantire alle imprese europee di operare in un regime di concorrenza, sebbene imperfetta. A livello politico, invece, rimane in sospeso una questione importante come è quella del riconoscimento alla Cina dello status di paese con un’economia di mercato, senza dimenticare temi più delicati come il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.
L’Unione Europea e gli Stati Uniti stanno esercitando costanti pressioni affinché la Cina inizi ad assumersi maggiori responsabilità a livello globale, tenendo conto del fatto che al momento il paese asiatico è riconosciuto come una delle grandi potenze del panorama internazionale. Difficilmente Pechino potrà, o forse sarebbe meglio dire vorrà, nel breve periodo, farsi carico di problemi che non sono di diretta pertinenza od interesse cinese. Sebbene la discussione su quello che potrebbe essere il futuro ruolo del paese a livello globale sia già in corso tra le elite del paese, sembra essere ancora un discorso prematuro se portato a livello di governo. La Cina deve ancora compiere passi in avanti fondamentali verso una sostanziale liberalizzazione politica sul fronte interno, difficilmente il governo di Pechino si attiverà per sostenere quelle strutture della governance globale di cui ancora mal sopporta alcune regole o certi limiti. La strada sembra essere tracciata e non si può escludere l’ipotesi che nel corso del prossimo decennio il paese asiatico cerchi di avviare quel processo di riscrittura delle regole che guidano la comunità internazionale intera. Al momento sembra esserci un’unica certezza: il corso delle relazioni tra Bruxelles e Pechino sarà determinato in buona misura dalla coesione che riusciranno a raggiungere i 27 membri dell’Unione, questione che, fino ad ora, è stata il punto più dolente nella storia dell’Europa unita.

Unione Europea: dopo la crisi, quale futuro?

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Ventisette paesi, infinite linee di frattura. Questioni che riguardano cinquecento milioni di cittadini e affondano le loro radici nella storia. Legata ad un passato che torna spesso a ripresentarsi nella veste di ostacolo alla piena integrazione, l’Europa è stata per secoli il centro del mondo. La realtà è però mutata sempre più velocemente e in maniera radicale, il ruolo del Vecchio Continente sulla scacchiera internazionale sembra erodersi alla stessa velocità con cui l’Asia assurge a fulcro degli interessi globali, siano questi politici o economici. Il “dragone cinese” si è trasformato in pochi decenni: quella che era una potenza economica regionale di medio livello è ora potenza economica senza pari a livello globale, primo finanziatore del debito statunitense e sostenitore dei mercati economici d’Europa con investimenti che diverranno probabilmente fondamentali per la ripresa europea nei prossimi mesi. La Cina sta lavorando alacremente per compensare il divario di potenza militare e di proiezione su scala globale; Stati Uniti e singoli attori europei hanno ancora una premazia importante in questo senso e difficilmente Pechino riuscirà a colmare questo divario nel medio periodo. Anche nel caso, piuttosto remoto, in cui la Cina fosse messa in ginocchio da rivolte interne o crisi economiche, altre realtà piuttosto interessanti stanno crescendo in Asia. Indonesia e Vietnam, ad esempio, potrebbero essere i futuri players regionali capaci di guidare quell’ascesa del continente sugli scenari globali che pare ormai essere costante ed inarrestabile.

Paure e recriminazioni tornano invece ciclicamente a funestare il cammino della comunità chiamata Unione Europea, i cui membri sono legati sul piano economico-finanziario da vincoli che paiono a volte inscalfibili, mentre su quello politico sembrano essere null’altro che blandi lacciuoli. Parlare di Europa in termini geopolitici è una necessità irrinunciabile: in un momento di crisi economica profonda, come quello che ha scosso il Vecchio Continente negli ultimi tempi, è doveroso avvicinare con un approccio multi-dimensionale le questioni riguardanti l’Unione Europea. L’intento è quello di indagare l’attualità per delineare i possibili scenari futuri, nel tentativo di favorire una riflessione più profonda rispetto al percorso che una comunità, a cui manca ancora un’identità ben definita e che non sembra essere sufficientemente solida per affrontare le future sfide globali, dovrà intraprendere per non disgregarsi miseramente. La regina Elisabetta I disse che “In Europa la tradizione anglosassone sta alla tradizione latina come l’olio sta all’aceto. Ci vogliono entrambi per fare la salsa, altrimenti l’insalata è poco condita.” Il monito lanciato dalla sovrana inglese qualche secolo fa sembra poter essere valido ancora ai giorni nostri, ma nella sostanza è reso più complicato che in passato data l’estensione di quella che noi conosciamo ora come Unione Europea. Ci vogliono infatti 27 leadership e culture differenti per non fare dell’UE un’insalata insipida, ma soprattutto ci vogliono il giusto equilibrio e la giusta dedizione per far sì che l’unione tra questi sapori così differenti renda la composizione un’esperienza unica nella Storia. L’ Unione Europea che si è formata sotto ai nostri occhi negli ultimi anni non è ancora un’entità che ha la forza sufficiente per guardare al futuro senza temere di poter implodere su stessa, la crisi greca ha riportato all’attenzione generale un tema finora accuratamente evitato da tutte le leadership continentali e non, che si ripropone però invariato ed è sempre più ricorrente, oltre che fondamentale. I governanti europei devono decidere cosa fare della sovranità nazionale. In sintesi, ci vuole più Europa. L’eurosistema non è abbastanza, non mette al riparo la politica europea da crisi profonde né pare essere in grado di compattare i membri che ne fanno parte nei momenti di difficoltà. Sembra anzi accentuare una divisione interna che potrebbe non avere mai fine. Mantenere la sovranità in seno alle diverse capitali europee significa portare l’Unione verso una morte lenta ma inesorabile. Va bene demandare a Bruxelles alcune funzioni di governo, anche fondamentali, ma il tema della sovranità non si può eludere tanto facilmente come è stato fatto finora. Riprendendo la definizione data da un grande studioso come Carl Schmitt: ”sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”. Nello stato di eccezione, vale a dire ad esempio in un conflitto o quando si presenta una minaccia di sopravvivenza per la collettività, il sovrano è colui il quale decide sullo stato di eccezione. Il sovrano sceglie chi è amico e chi nemico. L’Unione Europea, in questo momento, sembra essere lontana anni luce dal possedere questo tipo di prerogativa. Decidere se mai l’avrà, e quale percorso porterà la sovranità verso Bruxelles, sembra essere l’ostacolo più arduo da superare. Lo è stato nel passato e lo sarà ancora nel prossimo futuro, perché togliere la sovranità ai governi nazionali vorrà dire al contempo rivoluzionare definitivamente, e in un certo qual senso stravolgere, il panorama politico europeo come lo conosciamo ora. Fare un passo verso il futuro, lasciando alla Storia un’Europa che decide di affrontare i temi globali senza più dividersi in mille voci e approcci differenti. Solo così l’Unione Europea sarà veramente in grado di giocare un ruolo fondamentale sullo scacchiere internazionale, insidiando gli Stati Uniti e la Cina dal punto di vista politico oltre che economico. Allo stesso tempo però, tutti noi europei, dai leader ai comuni cittadini, siamo chiamati a rispondere a quesiti finora trascurati: chi davvero noi siamo come europei? Come rendere la nostra storia un punto di forza, piuttosto che di debolezza?

February 6, 2010

Una nuova strategia statunitense per l’area del Pacifico?

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La Casa Bianca sembra aver lanciato una nuova strategia nell’area del Pacifico, incentrata su un intervento politico e strategico più incalzante. Mentre con la Cina l’amministrazione Obama sembra esser pronta ad un confronto serrato a livello politico e diplomatico, per spingere il governo di Pechino ad avallare nuove sanzioni ed un atteggiamento deciso rispetto alle questioni riguardanti il nucleare iraniano e quello nordcoreano, al governo iraniano vengono inviati segnali sempre più chiari e minacciosi. Il dislocamento di unità anti-missilistiche nella zona dello Stretto di Hormuz, e gli accordi con alcuni paesi della regione, lasciano pensare che l’amministrazione Democratica stia cercando di limitare il più possibile le opzioni propagandistico-militari iraniane, in modo da costringere i negoziatori impegnati nelle discussioni sul programma nucleare a mantenere un atteggiamento più morbido e ricettivo rispetto a quelle che sono le richieste e le condizioni poste dalla comunità internazionale.

 

Le dichiarazioni a favore della completa libertà di utilizzo della rete telematica e la vendita di armi a Taiwan hanno provocato un subitaneo innalzamento della tensione tra Washington e Pechino. La Casa Bianca sembra aver lanciato un’offensiva politico-diplomatica nei confronti della Cina, con lo scopo di garantire la stabilità e la sicurezza nello stretto di Taiwan e indurre al contempo il governo cinese ad appoggiare con maggior vigore le iniziative statunitensi e della comunità internazionale rispetto alle questioni del programma nucleare iraniano e di quello nordcoreano. La risposta cinese non si è fatta attendere e il governo ha deciso di sospendere gli scambi militari e i rapporti in materia di sicurezza con gli Stati Uniti, minacciando al contempo di imporre sanzioni commerciali alle aziende che venderanno armi a Taiwan. Le dichiarazioni ufficiali rilasciate dai rappresentanti dei due paesi lasciano trasparire uno stato di tensione che potrebbe ulteriormente esacerbarsi e le posizioni diplomatiche sembrano essere quanto mai distanti e contrapposte. Da una parte Jim Jones, consigliere per la Sicurezza nazionale di Barack Obama, ha cercato di smorzare i toni della polemica dichiarando che i due governi sono impegnati a costruire una relazione forte e che la fornitura di armi, oltre ad essere di carattere difensivo, rientra nell’ambito del Taiwan Relations Act, accordo che il governo statunitense intende rispettare. Dall’altra, l’esecutivo cinese sembra pronto a ritirare l’appoggio, e anzi a porre il veto, a nuove sanzioni internazionali contro il governo di Teheran, bloccando di fatto l’avanzamento delle discussioni sul dossier nucleare iraniano e, probabilmente, anche su quello nordcoreano.

 

La decisione del Pentagono di dislocare nell’area del Golfo Persico un numero imprecisato di unità Aegis, dotate di radar e missili intercettori in grado di distruggere missili a corto e medio raggio, sembra essere invece un preciso segnale al governo di Teheran. Creare uno scudo radar e difensivo nella zona dello Stretto di Hormuz significa togliere la possibilità al regime iraniano di minacciare un attacco missilistico contro Israele, contro le basi statunitensi nella regione o contro i paesi del Golfo ostili al paese degli ayatollah. L’unico vettore capace infatti di superare il sistema Aegis potrebbe essere lo Shebab-3, ancora in fase sperimentale e lontano quindi dal poter essere utilizzato dalla Forze Armate iraniane in situazioni operative. Al contempo gli Stati Uniti, dopo aver firmato con Qatar, Kuwait, Bahrein e Emirati Arabi Uniti accordi per il dislocamento delle unità navali nella regione, forniranno missili Patriot al governo kuwaitiano impegnato nel rinnovamento delle proprie difese missilistiche e incrementeranno probabilmente il numero degli effettivi in Arabia Saudita, che passeranno da 20.000 a 30.000 unità. L’ iniziativa della Casa Bianca dovrebbe limitare le opzioni iraniane nel caso di ulteriori difficoltà sul fronte negoziale: senza più la reale possibilità di minacciare attacchi missilistici contro i paesi della regione, il regime di Teheran sembra aver perso un’importante strumento di propaganda per mettere in difficoltà i negoziatori internazionali. Il Congresso statunitense ha inoltre approvato una risoluzione che consentirebbe al presidente di imporre nuove sanzioni nazionali contro l’Iran, tra cui quella che prevede interventi contro le aziende straniere che riforniscono il paese di benzina. Per un paese come l’Iran, che soffre la storica carenza di raffinerie e quindi fortemente legato all’importazione di idrocarburi già lavorati, potrebbe rivelarsi dunque estremamente pericoloso mantenere un atteggiamento diplomatico di aperta ostilità durante i negoziati.

 

E’ difficile poter prevedere ora se le iniziative poste in essere dall’amministrazione guidata da Barack Obama porteranno o meno ad un successo in sede negoziale su questioni che si trascinano ormai da tempo, che paiono essere ancora lontane da una conclusione minimamente condivisa. Difficilmente gli Stati Uniti potranno tenere a lungo una postura così rigida, e per certi versi sfrontata, in una regione caratterizzata da un’estrema fluidità in termini di strategie politiche e diplomatiche. Washington dovrà cercare, in primo luogo, di allentare le tensioni con la Cina, affinché questa non si trasformi in un ostacolo, insormontabile, sui diversi tavoli negoziali. L’astensione di Pechino sembrava esser certa in caso di voto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non sarebbe però da escludersi la possibilità che, a fronte di quanto successo, il governo cinese decida di porre il veto, e di rimandare ancora, un ulteriore inasprimento delle sanzioni internazionali contro Teheran, facendo segnare al contempo un arretramento dei rapporti tra il gigante asiatico e la superpotenza statunitense.

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