Una nuova strategia statunitense per l’area del Pacifico?
La Casa Bianca sembra aver lanciato una nuova strategia nell’area del Pacifico, incentrata su un intervento politico e strategico più incalzante. Mentre con la Cina l’amministrazione Obama sembra esser pronta ad un confronto serrato a livello politico e diplomatico, per spingere il governo di Pechino ad avallare nuove sanzioni ed un atteggiamento deciso rispetto alle questioni riguardanti il nucleare iraniano e quello nordcoreano, al governo iraniano vengono inviati segnali sempre più chiari e minacciosi. Il dislocamento di unità anti-missilistiche nella zona dello Stretto di Hormuz, e gli accordi con alcuni paesi della regione, lasciano pensare che l’amministrazione Democratica stia cercando di limitare il più possibile le opzioni propagandistico-militari iraniane, in modo da costringere i negoziatori impegnati nelle discussioni sul programma nucleare a mantenere un atteggiamento più morbido e ricettivo rispetto a quelle che sono le richieste e le condizioni poste dalla comunità internazionale.
Le dichiarazioni a favore della completa libertà di utilizzo della rete telematica e la vendita di armi a Taiwan hanno provocato un subitaneo innalzamento della tensione tra Washington e Pechino. La Casa Bianca sembra aver lanciato un’offensiva politico-diplomatica nei confronti della Cina, con lo scopo di garantire la stabilità e la sicurezza nello stretto di Taiwan e indurre al contempo il governo cinese ad appoggiare con maggior vigore le iniziative statunitensi e della comunità internazionale rispetto alle questioni del programma nucleare iraniano e di quello nordcoreano. La risposta cinese non si è fatta attendere e il governo ha deciso di sospendere gli scambi militari e i rapporti in materia di sicurezza con gli Stati Uniti, minacciando al contempo di imporre sanzioni commerciali alle aziende che venderanno armi a Taiwan. Le dichiarazioni ufficiali rilasciate dai rappresentanti dei due paesi lasciano trasparire uno stato di tensione che potrebbe ulteriormente esacerbarsi e le posizioni diplomatiche sembrano essere quanto mai distanti e contrapposte. Da una parte Jim Jones, consigliere per la Sicurezza nazionale di Barack Obama, ha cercato di smorzare i toni della polemica dichiarando che i due governi sono impegnati a costruire una relazione forte e che la fornitura di armi, oltre ad essere di carattere difensivo, rientra nell’ambito del Taiwan Relations Act, accordo che il governo statunitense intende rispettare. Dall’altra, l’esecutivo cinese sembra pronto a ritirare l’appoggio, e anzi a porre il veto, a nuove sanzioni internazionali contro il governo di Teheran, bloccando di fatto l’avanzamento delle discussioni sul dossier nucleare iraniano e, probabilmente, anche su quello nordcoreano.
La decisione del Pentagono di dislocare nell’area del Golfo Persico un numero imprecisato di unità Aegis, dotate di radar e missili intercettori in grado di distruggere missili a corto e medio raggio, sembra essere invece un preciso segnale al governo di Teheran. Creare uno scudo radar e difensivo nella zona dello Stretto di Hormuz significa togliere la possibilità al regime iraniano di minacciare un attacco missilistico contro Israele, contro le basi statunitensi nella regione o contro i paesi del Golfo ostili al paese degli ayatollah. L’unico vettore capace infatti di superare il sistema Aegis potrebbe essere lo Shebab-3, ancora in fase sperimentale e lontano quindi dal poter essere utilizzato dalla Forze Armate iraniane in situazioni operative. Al contempo gli Stati Uniti, dopo aver firmato con Qatar, Kuwait, Bahrein e Emirati Arabi Uniti accordi per il dislocamento delle unità navali nella regione, forniranno missili Patriot al governo kuwaitiano impegnato nel rinnovamento delle proprie difese missilistiche e incrementeranno probabilmente il numero degli effettivi in Arabia Saudita, che passeranno da 20.000 a 30.000 unità. L’ iniziativa della Casa Bianca dovrebbe limitare le opzioni iraniane nel caso di ulteriori difficoltà sul fronte negoziale: senza più la reale possibilità di minacciare attacchi missilistici contro i paesi della regione, il regime di Teheran sembra aver perso un’importante strumento di propaganda per mettere in difficoltà i negoziatori internazionali. Il Congresso statunitense ha inoltre approvato una risoluzione che consentirebbe al presidente di imporre nuove sanzioni nazionali contro l’Iran, tra cui quella che prevede interventi contro le aziende straniere che riforniscono il paese di benzina. Per un paese come l’Iran, che soffre la storica carenza di raffinerie e quindi fortemente legato all’importazione di idrocarburi già lavorati, potrebbe rivelarsi dunque estremamente pericoloso mantenere un atteggiamento diplomatico di aperta ostilità durante i negoziati.
E’ difficile poter prevedere ora se le iniziative poste in essere dall’amministrazione guidata da Barack Obama porteranno o meno ad un successo in sede negoziale su questioni che si trascinano ormai da tempo, che paiono essere ancora lontane da una conclusione minimamente condivisa. Difficilmente gli Stati Uniti potranno tenere a lungo una postura così rigida, e per certi versi sfrontata, in una regione caratterizzata da un’estrema fluidità in termini di strategie politiche e diplomatiche. Washington dovrà cercare, in primo luogo, di allentare le tensioni con la Cina, affinché questa non si trasformi in un ostacolo, insormontabile, sui diversi tavoli negoziali. L’astensione di Pechino sembrava esser certa in caso di voto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non sarebbe però da escludersi la possibilità che, a fronte di quanto successo, il governo cinese decida di porre il veto, e di rimandare ancora, un ulteriore inasprimento delle sanzioni internazionali contro Teheran, facendo segnare al contempo un arretramento dei rapporti tra il gigante asiatico e la superpotenza statunitense.
