Simone Comi - Geopolitics and International Relations

November 28, 2008

India Under Attack

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Centoventicinque morti e quasi quattrocento feriti è il bilancio, non ancora definitivo, di quello che può essere considerato uno dei peggiori attacchi terroristici nella storia dell’India. Rivendicati dai Mujaheddin del Deccan, gruppo estremista finora sconosciuto anche alle autorità indiane, gli attacchi omicidi si sono concentrati nella zona di Mumbai contro strutture alberghiere o turistiche di alto livello, frequentate anche da personalità politiche occidentali di un certo rilievo. Secondo quanto si appreso dalle fonti ufficiali permangono ancora forti dubbi rispetto alle rivendicazioni del gruppo terrorista e sono in molti a pensare che l’attacco sia in realtà opera di formazioni pachistane. Il premier indiano Manmohan Singh ha dichiarato con una certa prudenza che i Mujaheddin del Deccan avrebbero basi all’estero mentre ufficiali delle autorità indiane sono convinti che la missione sia stata pianificata in Pakistan. Il Ministero della Difesa di Islamabad ha formalmente negato la possibilità di coinvolgimenti del paese in quanto accaduto, ma sono molti gli alti ufficiali dell’esercito a pensare che gli attentatori siano in realtà di origine e provenienza pakistana.

Le forze di sicurezza indiane avrebbero arrestato tra i sospetti attentatori un cittadino pakistano identificato come Ajmal Amir Kamal, sospettato di essere membro dell’organizzazione terroristica Lashkar-e-Taiba. Il gruppo, legato alla rete di Al Qaeda in Pakistan, sarebbe responsabile inoltre dell’assalto al Parlamento indiano del 2001. Quello che al momento lascia pensare sono alcune immagini provenienti dai filmati delle telecamere di sicurezza interne agli alberghi. In una di queste infatti un attentatore porterebbe al polso un braccialetto tipico di formazioni estremiste indù mentre le modalità degli attacchi, diretti prevalentemente a far strage di cittadini statunitensi e britannici con gli attentatori pronti al sacrificio, sarebbero tipici delle formazioni di matrice islamica.

Nelle ultime ore alcune fonti dei servizi di sicurezza indiani hanno confermato che la natura, l’organizzazione ed il coordinamento dimostrato dai differenti gruppi d’assalto lasciano pensare ad un’azione condotta da Jaish el Mohammed, organizzazione pakistana fondata nel 1994 considerata gruppo terrorista internazionale sia dall’India che dagli Stati Uniti. Se fossero confermate le notizie che vorrebbero implicati cittadini pakistani negli attacchi a Mumbai potrebbero esserci ricadute politiche di un certo peso sulle annose questioni che da anni alimentano le tensioni tra i due paesi. Non è da escludere la possibilità che il Governo di New Delhi chieda con forza alle autorità di Islamabad di intervenire duramente per neutralizzare le differenti organizzazioni di matrice islamica provenienti dalle zone del Kashmir, ma l’incapacità di mantenere il controllo su alcuni territori o la scarsa volontà delle autorità pakistane potrebbero essere la causa dell’ulteriore innalzamento della tensione nei rapporti tra i due paesi.

November 24, 2008

Stati Uniti: l’accordo per il salvataggio di Citigroup

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Dalla chiusura delle borse al termine della giornata di venerdì è andata facendosi sempre più insistente la possibilità di un accordo a sostegno del colosso finanziario da parte del Governo di Washington. Il piano, a cui hanno lavorato i vertici della banca e i funzionari governativi, è stato firmato nella notte e servirà per coprire perdite derivate da prestiti ed obbligazioni garantite da mutui per un totale di 306 miliardi di dollari, mentre 20 miliardi saranno prestati dal Dipartimento del Tesoro come supporto alla liquidità del gruppo. In una nota congiunta il Dipartimento del Tesoro, la Federal Reserve e la Federal Deposit Insurance Corp. hanno precisato che l’iniziativa del Governo è un impegno a sostenere la stabilità finanziaria del mercato, prerequisito fondamentale per rilanciare una crescita economica decisa.

A portare all’accordo tra le due parti è stato probabilmente il picco dei costi per le operazioni a tutela degli investitori della società dal rischio di default, aumentati esponenzialmente nell’ultimo periodo (fino a raggiungere i 500.000 dollari all’anno per ricevere al massimo 10 milioni di dollari in caso di default della banca). Citigroup rientrerà nel programma Troubled Asset Relief Program (TARP), piano da 700 miliardi di dollari approvato dal Congresso. Il Dipartimento del Tesoro investirà 20 miliardi di dollari a fronte di azioni privilegiate con un dividendo dell’8%, a restrizioni sui compensi degli alti dirigenti e all’ampliamento del programma di modifiche sulle condizioni dei mutui previsto dalla Federal Deposit Insurance Corp. In caso di necessità la FED potrebbe intervenire con un prestito assicurato accollandosi i rischi derivati dagli asset in cui sono stati impegnati i fondi governativi.

L’accordo firmato nella notte presenta un elemento di novità importante, poiché il Governo ha rifiutato il supporto agli asset di Citigroup maggiormente esposti a rischi o in cattive condizioni, come era stato ipotizzato invece dopo l’approvazione del programma TARP. La decisione riporterà quindi una certa fiducia nei risparmiatori, sempre più preoccupati dal rischio di una recessione fattasi quanto mai prossima e al contempo permetterà al Governo di mantenere sotto pressione i vertici societari. Sebbene non siano ancora trapelate notizie in merito, i manager alla guida del Gruppo potrebbero infatti essere sostituiti con uomini di fiducia della Fed o del Dipartimento del Tesoro come già successo nel caso AIG qualche mese fa.

November 21, 2008

Si chiamerà White Stream l’alternativa UE al gas russo?

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Dalla crisi russo-ucraina del 2005, che portò al blocco dell’erogazione del gas e del petrolio russo, le politiche di diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico varate da Kiev e dall’Unione Europea hanno portato ad un miglioramento parziale della situazione. I possibili ricatti politici da parte delle autorità russe hanno spinto in questi anni il Governo ucraino a varare il progetto White Stream, che prevede la realizzazione di un gasdotto in grado di rifornire l’Europa senza attraversare il territorio russo, e quindi al riparo da qualsiasi tipo di rappresaglia politica nel caso di innalzamento della tensione diplomatica tra i due paesi. Il White Stream potrebbe vedere la luce nei prossimi anni ma gli studi di fattibilità effettuati dal consorzio GUEU White Stream Pipeline Company, tra i cui principali finanziatori ci sono Ucraina, Unione Europea e Governo georgiano, non dovrebbero essere indicatori affidabili della reale volontà di sviluppare il progetto fino alla realizzazione. Le rotte seguite dal gasdotto potrebbero essere due: la prima prevede un tratto sottomarino di collegamento tra Georgia e Romania, presso il porto di Costanza, mentre la seconda prevede una diramazione nell’entroterra ucraino prima del tratto sottomarino. Quest’ultima alternativa risulta essere al momento la più probabile poiché consentirebbe un risparmio di tempo e denaro e, con il coinvolgimento di altri Stati, potrebbe raggiungere i 32 miliardi di metri cubi annui di flusso trasportato verso l’Europa. Il giacimento iniziale di riferimento sarebbe Shah Deniz, in Azerbajian, da cui si potrebbe poi procedere con un collegamento alla linea transcaspica, pianificata ma non ancora realizzata. Il premier ucraino Yulia Timoshenko ha presentato la proposta a Bruxelles durante un incontro con il Commissario Europeo per le Relazioni Esterne e la politica di vicinato insistendo sulla necessità di modernizzare il sistema di gasdotti ucraini, indispensabili per poter sviluppare il progetto. La richiesta del Primo Ministro ucraino di indire entro la fine dell’anno una conferenza per risolvere la questione sembrava esser stata accolta con favore dall’Unione Europea ma nessuna iniziativa è stata presa finora, probabile segnale di raffreddamento dell’interesse di Bruxelles per il progetto.

Il White Stream potrebbe risolvere il problema della stabilizzazione della politica energetica di Kiev liberando l’Unione Europea da una dipendenza che rischia di divenire sempre più pericolosa. L’incertezza comunitaria sulle prospettive di costruzione del gasdotto e sulla possibilità di allargare verso oriente il confine dell’Unione potrebbero però costituire il più serio ostacolo al progetto ucraino e non bisogna dimenticare che la realizzazione del gasdotto europeo Nabucco, nato in contrapposizione al South Stream varato da Mosca, potrebbe definitivamente smorzare le speranze di veder portato a compimento il White Stream.

November 17, 2008

Stati Uniti: la risoluzione del G20 e le indicazioni per contrastare la crisi economica internazionale

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La risoluzione presentata al termine del summit dei Capi di Stato dei 20 paesi più industrializzati del globo è stata definita nelle dichiarazioni di chiusura come “un piano d’azione concreto e preciso per ristabilire la fiducia, rilanciare la crescita e stabilizzare i mercati azionari mondiali”. I paesi del G20 si sono dati come termine ultimo il 31 marzo del prossimo anno per presentare un programma strutturale che contenga indicazioni precise e misure specifiche che supportino la strategia decisa a Washington. Rifiuto del protezionismo e fiducia nel libero mercato sono le basi su cui si dovrà lavorare per ridare fiducia ad un sistema finanziario che sembra incapace di uscire da una crisi che dura ormai da molti mesi. Dal comunicato rilasciato alla stampa è emerso inoltre che tutti i paesi partecipanti si sono detti pronti a rafforzare la cooperazione affinché vengano poste in essere le necessarie riforme del sistema finanziario globale.

La risoluzione presentata al termine dell’incontro dovrebbe quindi portare ad una maggiore sorveglianza e regolamentazione dei mercati finanziari e potrebbe costituire un punto di svolta anche per quanto riguarda le maggiori istituzioni internazionali di credito. I leader hanno infatti preso atto della necessità di rinnovamento della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale ed un primo passo è stato compiuto in questo senso con l’aumento della rappresentatività dei paesi in via di sviluppo in entrambe le strutture.

Il vertice è stato definito da molti osservatori un evento di portata storica, che potrebbe essere ricordato come il primo incontro di discussione sull’economia globale da cui è uscita una strategia comune e scadenze temporali definite. In realtà permane qualche dubbio su quelle che potrebbero essere le decisioni del Presidente Eletto Barack Obama riguardanti le proposte contenute nel documento redatto dai leader del G20. Gli aiuti alle case automobilistiche in difficoltà chiesti da Obama e da parte di alcuni esponenti del Partito Democratico rischiano infatti di portare ad un contenzioso con l’Unione Europea davanti all’Organizzazione Mondiale del Commercio. Il premier inglese Gordon Brown ha già fatto sapere che l’UE chiederà al WTO di dichiarare illegali gli aiuti promessi dalla Casa Bianca alle maggiori industrie automobilistiche e non è da escludersi la possibilità che la decisione della prossima amministrazione statunitense diventi il primo passo verso la delegittimazione di quanto finora deciso al vertice di Washington.

Stati Uniti: il futuro della politica estera statunitense

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Il nome di Hillary Clinton è emerso negli ultimi giorni come possibile candidatura per la Segreteria di Stato. L’eventuale nomina dell’ex first lady potrebbe sanare la spaccatura all’interno del Partito Democratico, che non ha avuto ripercussioni sui risultati delle elezioni presidenziali ma che sembra stia rendendo ancor più delicato il periodo di transizione che precede il giuramento del Presidente Eletto. La nomina della Clinton potrebbe costituire un segnale importante per i nemici come per gli amici degli Stati Uniti: considerata da molti un falco nelle questioni di politica estera la Senatrice dello Stato di New York potrebbe infatti inaugurare un nuovo corso nella storia della politica dei rapporti tra Washington e gli alleati storici.

Vedi l’analisi completa su Equilibri.net

Area intervento Quinta Flotta USA

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Fifth Fleet area

November 14, 2008

Il ridimensionamento dell’arsenale nucleare russo e i rapporti con Usa e Ue

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Come previsto dalle disposizioni del trattato SORT (Treaty On Strategic Offensive Reduction) la Russia sta procedendo con il ridimensionamento del settore degli armamenti strategici nucleari, che dovrebbe portare entro il 2012 ad una riduzione del numero di testate nucleari compreso tra le 1700 e le 2200 unità rispetto alle 5500 attuali. Anche la Strategic Rocket Force, corpo delle Forze Armate che controlla le unità nucleari strategiche di terra, è stata coinvolta nel processo di riorganizzazione che porterà un calo importante nel numero dei vettori e la dismissione di parte delle divisioni che la compongono. La riforma dell’arsenale nucleare russo voluta dal Cremlino dovrebbe portare ad una drastica riduzione del numero delle testate nucleari destinate ai missili balistici intercontinentali (ICBM) e di quelle riservate all’utilizzo aeronautico mentre potrebbe esserci un incremento nel numero di testate trasportate con missili balistici lanciati da sottomarini (SLBM). Il programma di riorganizzazione e ammodernamento dell’arsenale nucleare voluto dal Cremlino potrebbe però incontrare parecchi ostacoli prima di raggiungere gli obiettivi minimi per cui è stato pensato.

Nell’ultimo biennio i tecnici russi hanno dovuto rivedere e modificare i due progetti più ambiziosi: la realizzazione di un nuovo missile balistico denominato Bulava e il progetto per una nuova classe di sommergibili a propulsione nucleare chiamata Borei. Entrambi i progetti sembrano per il momento bloccati da problemi tecnici di non semplice né rapida risoluzione ed il successo parziale dell’ultimo lancio di prova del Bulava non sembra essere un miglioramento importante rispetto ai test precedentemente effettuati. Debolezze strutturali o lacune nella riorganizzazione dei corpi delle Forze Armate che controllano le unità nucleari strategiche potrebbero quindi bloccare le ambizioni russe. Se alla riduzione quantitativa dell’arsenale nucleare non corrisponderà un sostanziale miglioramento qualitativo delle tecnologie non è da escludersi la possibilità che il progetto si riveli un fallimento che potrebbe avere ricadute importanti sulla capacità del Cremlino di porsi come interlocutore di prima grandezza nelle sedi internazionali e sui tavoli negoziali più delicati.

L’avvento della nuova amministrazione statunitense potrebbe rappresentare il punto di svolta fondamentale per il cambiamento dei rapporti tra Washington e Mosca e non è da escludersi la possibilità che il futuro delle relazioni russo-statunitensi possa condizionare fortemente gli equilibri diplomatici con alcuni paesi dell’UE. Silvio Berlusconi è stato finora l’unico tra i leader europei ad intervenire pubblicamente nella disputa riguardante la realizzazione dello scudo spaziale e il possibile dispiegamento di missili nella base russa di Kaliningrad, ma il ritorno allo spirito di Pratica di Mare auspicato dal Presidente del Consiglio sembra essere ora l’evento con il minor grado di probabilità di verificarsi nel prossimo futuro.

November 10, 2008

Stati Uniti: il Partito Democratico e il controllo sul Congresso dopo le elezioni del 4 novembre

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Le elezioni per il rinnovo del Congresso hanno riservato maggiori sorprese rispetto alle presidenziali e hanno consegnato al Partito Democratico il controllo della Camera dei Rappresentanti e del Senato. La vittoria del Partito guidato dal Senatore dell’Illinois è andata ben oltre le previsioni degli osservatori e i Democratici hanno ora 254 Rappresentanti alla Camera contro i 173 Repubblicani e 59 Senatori a fronte dei 39 Repubblicani e dei 2 eletti come indipendenti, che si schiereranno comunque a favore della maggioranza. La vittoria consentirà il controllo pressoché completo sulle attività del Congresso e la situazione potrebbe favorire il processo di riforme presentate in campagna elettorale dal neo-eletto Presidente una volta assunta la carica il 20 gennaio prossimo. In grave difficoltà è apparso il Partito Repubblicano, che ha perso alcuni seggi fondamentali ed è stato battuto in Stati considerati roccaforti elettorali.

Situazione simile si è avuta nelle elezioni per gli 11 Governatorati. In 7 Stati i candidati del Partito Democratico hanno conquistato la vittoria e solo in 4, tra cui Utah e North Dakota dati per acquisiti già prima del voto, i Repubblicani sono riusciti a prevalere. Le sconfitte del Partito guidato da John McCain nelle elezioni presidenziali e per il rinnovo del Congresso hanno quindi avuto ricadute anche sulle scelte dell’elettorato per i Governatorati. La situazione risulta essere preoccupante per i Repubblicani perché sui 50 Governatori totali ben 29 sono rappresentanti del Partito avversario e il momento d’impasse che il Grand Old Party sta vivendo potrebbe non essere un momento di passaggio ma una crisi con radici profonde. L’eventuale rinnovamento del Partito Repubblicano partirà quindi dalle sconfitte maturate da una classe dirigente che negli ultimi anni non è riuscita a proporre al proprio elettorato di riferimento novità sostanziali in tema di candidati e programmi.

L’attuale situazione lascia pensare che Barack Obama ed il Partito Democratico potrebbero mettere in atto le proposte di riforma presentate nel corso della campagna elettorale per le elezioni presidenziali. Non bisogna dimenticare che per tradizione sia i Rappresentanti che i Senatori votano le proposte dell’amministrazione in carica con più attenzione ai temi dei progetti di legge rispetto ad un’ottica di pura appartenenza partitica. Non si può quindi escludere che il nuovo Presidente trovi ostacoli imprevisti sulla strada delle riforme e che il Congresso, pur a maggioranza Democratica, decida di bloccare col voto contrario le proposte più innovatrici dell’amministrazione Obama.

November 7, 2008

Il Medio Oriente dovrà attendere

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Sentimenti contrastanti hanno accolto la vittoria di Barack Obama alle elezioni presidenziali e molti in Medio Oriente si chiedono quale sarà il futuro impegno statunitense nella regione. In Israele, la vittoria del Senatore afroamericano è stata letta come un evento che porterà al rafforzamento delle relazioni tra Washington e Gerusalemme. Sia il Primo Ministro ad interim Ehud Olmert che il Ministro degli Esteri Tzipi Livni si sono detti convinti che l’arrivo alla Casa Bianca di Obama porterà non solo ad un rafforzamento del legame speciale tra i due paesi ma potrebbe essere il primo passo verso il raggiungimento della pace e della sicurezza in Medio Oriente. Nelle dichiarazioni dei leader israeliani si nasconde la convinzione che il neoeletto presidente statunitense si impegnerà in prima persona affinché si possa raggiungere la pace nei territori, ma si dovrà forse tener conto di quali saranno gli scenari internazionali entro i quali Obama dovrà guidare gli Stati Uniti per capire in che direzione andrà l’impegno della nuova amministrazione. Alle speranze di Gerusalemme hanno fatto eco le parole dei leader di Hamas. Il portavoce della formazione palestinese, Abu Zuhri, ha tenuto a sottolineare che un diverso risultato non avrebbe cambiato l’atteggiamento di Hamas, che pare esser in attesa che la nuova amministrazione inizi il suo mandato. Zuhri ha dichiarato inoltre che pur apprezzando le posizioni tenute nel corso della campagna elettorale da Barack Obama non può che auspicarsi un cambiamento profondo della politica estera statunitense nei confronti del conflitto israelo-palestinese, finora contrassegnata dall’appoggio quasi incondizionato degli Stati Uniti nei confronti di Israele. Anche per la leadership iraniana l’elezione di Barack Obama potrebbe significare l’inizio di un cambiamento nelle relazioni con Washington. Definita dall’agenzia di stampa iraniana Irna come una catarsi nazionale la vittoria di Obama è stata letta come segnale della volontà di rinnegare quanto fatto dall’amministrazione Bush per aprire un nuovo corso nelle relazioni con gli Stati mediorientali. In realtà, è ancora troppo presto per poter prevedere quali saranno gli sviluppi nei rapporti tra gli Stati Uniti guidati da Obama e i vari attori che compongono una regione in cui permane un’alta probabilità di nuovi scontri armati e un’instabilità politica che non può che ostacolare eventuali tentativi di pacificazione. Bisognerà attendere probabilmente la nomina ufficiosa del prossimo Segretario di Stato per capire quale potrebbe essere la posizione della nuova amministrazione rispetto alle questioni fondamentali di politica estera. La sensazione prevalente negli ultimi giorni lascia presagire per il futuro un Presidente impegnato in primis a risolvere la crisi interna, rilanciare l’economia e programmare un’exit-strategy dall’Afghanistan, tutti temi caldi ma quanto mai lontani dalla questione della ri-organizzazione delle relazioni degli Stati Uniti con il Medio Oriente.

November 4, 2008

Stati Uniti: elezioni presidenziali e scenari futuri

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A poche ore dal voto per le elezioni presidenziali i risultati dei sondaggi danno indicazioni contrastanti rispetto alla sensazione abbastanza diffusa che vedrebbe i due candidati appaiati nella corsa alla Casa Bianca. I due ticket elettorali si stanno preparando a quella che sarà la notte più lunga degli ultimi dodici mesi, in cui potrebbe essere eletto per la prima volta nella Storia del paese un Presidente di origine afroamericana o chiudersi con un successo inaspettato la rimonta del ticket Repubblicano. Non bisogna infatti dimenticare che, seppur distanziato di qualche punto percentuale nei risultati dei sondaggi, John McCain non ha mai rinunciato alla battaglia con il rivale Barack Obama e la costanza dell’ex veterano del Vietnam potrebbe essere ripagata dal voto degli elettori.

A poche ore dal voto: i possibili scenari

A meno di ventiquattro ore dalla chiusura dei seggi e dalla proclamazione del quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti gli ultimi sondaggi indicano che dovrebbe essere Barack Obama il vincitore delle prossime elezioni presidenziali. Secondo le ultime stime il ticket Democratico avrebbe infatti tra i 5 e gli 11 punti percentuali e 146 voti elettorali di vantaggio rispetto a quello Repubblicano, divario che potrebbe lasciar pensare ad una vittoria di larga misura e ad un risultato già acquisito. La realtà potrebbe però rivelarsi differente e la sensazione che qualcosa potrebbe non andare come previsto sembra essere abbastanza diffusa tra i Democratici. Soprattutto all’interno dello staff del Senatore afroamericano si sono avvertiti i primi segnali di nervosismo. Nell’ultima settimana il divario che separava i due ticket nei sondaggi è andato costantemente assottigliandosi e in molti temono che possa ripetersi l’effetto – Bradley, candidato Democratico afroamericano al Governatorato della California nel 1982 che risultò in vantaggio nelle rilevazioni dei sondaggi durante la campagna elettorale ma risultò poi sconfitto dal Repubblicano George Deukmejian. Secondo molti analisti il fattore razziale potrebbe essere una delle cause primarie dell’eventuale sconfitta del ticket Democratico e, se anche una situazione simile pare non essere destinata a ripetersi, non si può escludere a priori la possibilità che i voti degli elettori indecisi o dei molti elettori indipendenti spostino il risultato della sfida elettorale a favore del ticket Repubblicano. Le modalità di campionamento e composizione dei sondaggi potrebbero aver delineato una situazione diversa da quella reale e forti riserve hanno caratterizzato le valutazioni sull’affidabilità delle indicazioni proposte dai maggiori istituti di ricerca. Come già accaduto in passato i sondaggi potrebbero quindi rivelarsi strumenti inaffidabili o comunque poco precisi per basare eventuali previsioni rispetto al risultato delle elezioni, anche se non si può escludere a priori la possibilità di una vittoria del ticket Democratico con ampi margini di vantaggio. Quanto emerso dalle ultime settimane di campagna elettorale sembra essere una situazione in cui la confusione rispetto a rilevazioni e dati sarebbe da sommarsi ai timori degli staff elettorali e allo stato di incertezza rispetto al voto che ancora caratterizza una parte importante dell’elettorato. Molti elettori decideranno probabilmente nelle ultime ore a chi assegnare la propria preferenza e la composizione di questa particolare categoria potrebbe fare la differenza a favore dell’uno o dell’altro dei due candidati.

Mentre è certa la partecipazione dell’elettorato afroamericano a sostegno di Barack Obama e di quello latinoamericano in parti uguali a sostegno dei due candidati rimane da capire come si ripartiranno i voti dell’elettorato della middle-class di origine WASP, White-Anglo-Saxon-Protestan, e delle classi meno abbienti e più disagiate negli Stati definiti Swing States, ad alta probabilità di cambiamento rispetto alle precedenti tornate elettorali. Molti personaggi di spicco vicini allo staff Repubblicano, come l’ex spin doctor Karl Rove, hanno previsto che sarà proprio il voto degli indecisi e dei bianchi delle classi sociali più povere a decidere il risultato delle prossime presidenziali e proprio a questi elettori si è rivolto McCain nelle ultime ore di campagna elettorale.Altro dato significativo riguarda il numero di iscritti alle liste elettorali, in costante crescita negli ultimi mesi. Dai conteggi effettuati nei differenti Stati si è appreso che l’affluenza alle urne potrebbe essere tra le più alte degli ultimi cinquant’anni. Le vere ragioni di una così alta partecipazione potrebbero essere molteplici e rivelarsi decisive per la vittoria finale di uno dei ticket elettorali; una di queste potrebbe essere l’intensa campagna svolta dai volontari dei Comitati Democratici, che hanno lavorato capillarmente in quasi tutti gli Stati per convincere tutti i possibili elettori a recarsi a votare per sostenere la candidatura di Barack Obama.

Entrambi i leader sono stati impegnati nelle ultime ore con comizi negli Stati che sembrano essere ancora di difficile assegnazione. Barack Obama ha tenuto gli ultimi incontri con gli elettori in Florida, Virginia e North Carolina, vicini per tradizione al Partito Repubblicano ma che il Senatore afroamericano potrebbe aver conquistato ai danni del ticket guidato da McCain. Il Senatore dell’Illinois sarà oggi in Indiana per l’ultimo comizio prima di giungere a Chicago, città che è stata eletta sede del Comitato Democratico per le presidenziali e che potrebbe divenire nei prossimi quattro anni il vero e proprio quartier generale del Partito guidato da Barack Obama. John McCain ha invece deciso di tenere gli ultimi incontri con gli elettori in Florida, Tennessee, Pennsylvania, Indiana, New Mexico e Nevada prima di ripartire per l’Arizona, Stato in cui attenderà l’esito delle elezioni.

Non solo presidenziali: il voto per il Congresso

Strettamente collegate alle prossime presidenziali sono le elezioni per il Congresso e per alcuni Governatorati tra cui quello del Missouri, della North Carolina e dell’Indiana. Il 4 novembre si voterà per eleggere i 435 Rappresentanti della Camera e per il rinnovo del mandato di 35 su 100 Senatori e il risultato delle elezioni potrebbe condizionare profondamente il futuro del paese (Cfr. Stati Uniti: il voto per il rinnovo del Congresso). Dagli ultimi sondaggi l’andamento del voto per il rinnovo del Congresso dovrebbe seguire quello per le elezioni presidenziali: il Partito Democratico sembra essere infatti favorito rispetto a quello Repubblicano. Sono molti gli analisti che si aspettano sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato una forte maggioranza Democratica che potrebbe consentire ad un’eventuale amministrazione Obama di portare a compimento le riforme annunciate in campagna elettorale. Dai dati emerge che il Partito guidato dal Senatore afroamericano potrebbe conquistare tra i 55 e i 60 seggi al Senato e tra i 260 e i 265 seggi alla Camera mentre il Partito Repubblicano dovrebbe avere tra i 35 e i 40 seggi al Senato e tra i 170 e i 175 seggi alla Camera. Per quanto riguardale elezioni dei Governatorati sembra esservi unaleggera controtendenza rispetto alle elezioni presidenziali e per il rinnovo del Congresso ma non è da escludersi la possibilità che i candidati Democratici riescano a sconfiggere i Repubblicani anche negli Stati in cui la tradizione è sfavorevole al Partito dell’Asinello.

Conclusioni

Il futuro degli Stati Uniti potrebbe essere contrassegnato da cambiamenti politici profondi: il Partito Democratico guidato da Barack Obama dovrebbe, secondo le intenzioni, guidare il paese verso un cambiamento che potrebbe però rivelarsi di difficile realizzazione, ostacolato dall’instabile situazione economica ma ancor più da motivi di carattere politico. Il Partito Repubblicano sembra invece vivere uno dei momenti di maggior difficoltà della propria Storia e se anche la riflessione interna dell’establishment del Grand Old Party potrebbe portare a cambiamenti profondi non è da escludersi la possibilità che nei prossimi anni i Repubblicani non siano in grado di contrastare efficacemente il Partito Democratico.

I sondaggi mostrano inoltre con una certa chiarezza un paese diviso, con gli Stati del Nord schierati a favore dei Democratici e gli Stati del Sud ancora legati alle correnti Repubblicane più conservatrici. Non si può quindi escludere la possibilità che l’elezione di un Presidente di origini afroamericane possa esacerbare alcune tensioni rimaste finora latenti anche se nei momenti di crisi la tradizione mostra che il popolo statunitense è solito riunirsi a sostegno della figura del “Comandante in Capo”.

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