Simone Comi - Geopolitics and International Relations

August 31, 2009

Calo dei consensi per Obama, autunno caldo alla Casa Bianca

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I recenti sondaggi di popolarità, che vedono l’indice di gradimento di Obama scendere al di sotto del 50%, e il vuoto politico lasciato dalla scomparsa del Senatore Kennedy potrebbero preannunciare un autunno difficile per la Casa Bianca. Con la riforma sanitaria ormai entrata nel rush finale delle discussioni prima dell’approvazione e le crescenti preoccupazioni per una situazione afghana che sembra essere più lontanta che mai da una conclusione, Barack Obama potrebbe essere il terzo presidente a scendere sotto il 50% del così detto job approval a pochi mesi dall’insediamento alla Casa Bianca. Parte dell’opinione pubblica statunitense sembra avere ora qualche dubbio su quella riforma del sistema sanitario nazionale invocata dal candidato Democratico durante tutta la campagna elettorale, quasi un anno fa. In molti hanno inoltre perso la fiducia nelle capacità della Casa Bianca di far ripartire un’economia che ancora oggi sembra stentare, i cui segnali di stabilizzazione finanziaria non incidono sull’economia reale e quindi sulla vita delle persone. Questi sembrano essere al momento i due motivi principali del rapido allontanamento dell’elettorato da un presidente che era stato capace in febbraio di conquistare la fiducia del 70% dell’opinione pubblica.

La scomparsa di un decano della politica statunitense, e sponsor del presidente, come Ted Kennedy potrebbe creare non poche difficoltà alla Casa Bianca e lasciare il Partito Democratico in balia di una stagione che sembra annunciarsi come particolarmente calda. Dal lato interno, il vuoto politico lasciato dal potente Senatore Democratico potrebbe portare infatti ad uno sfilacciamento del finora compatto fronte congressuale a sostegno della riforma sanitaria. Negli Stati Uniti, per tradizione, le maggioranze parlamentari sui temi più delicati sono di norma composte in modo trasversale; una riforma della sanità piuttosto impopolare come quella voluta dalla Casa Bianca rischia quindi di arenarsi, o peggio ancora di naufragare, in caso di fuoriuscite dalla maggioranza di qualche Congressman conservatore il cui seggio potrebbe non essere riconfermato dagli elettori nelle prossime elezioni del 2010.

Al momento la Casa Bianca commenta i risultati dei sondaggi con estrema fiducia e il portavoce Bill Burton ha dichiarato che il capitale politico di un presidente deve essere speso proprio in situazioni difficili come queste. Bisognerà attendere qualche mese, e probabilmente le scelte di Barack Obama sulla questione Afghanistan, per capire quanti elettori continueranno a supportare i programmi della Casa Bianca e quanti invece decideranno di allontanarsi da uno dei presidenti più sostenuti dall’opinione pubblica durante la campagna elettorale, ma più velocemente abbandonati una volta arrivato nello Studio Ovale a causa dei programmi proposti.

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August 24, 2009

Nuovi rapporti con New Delhi e Mosca per il contenimento cinese e la stabilità in Asia Orientale

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Al termine della prima visita ufficiale di un alto rappresentante della nuova amministrazione Democratica in India, Hillary Clinton ha confermato che i due paesi hanno siglato un accordo militare il cui obiettivo è dare un impulso forte alla vendita di armamenti statunitensi nel paese asiatico. Il documento sottoscritto dalla Clinton prevede che Washington diventi nel corso dei prossimi anni uno dei maggiori fornitori di armi del paese asiatico, che non potrà rivenderle a paesi terzi, permettendo così alle aziende statunitensi una maggiore penetrazione nel mercato indiano delle forniture per il sistema della Difesa, finora quasi completamente controllato da compagnie russe. A favorire questo accordo potrebbe esser stata la possibilità per la Casa Bianca di tentare nuove pressioni sul governo di New Delhi affinché questo decida di acquistare dall’azienda statunitense Boeing i 129 aerei da caccia per cui è stata bandita un’asta internazionale a cui parteciperanno anche i russi con aerei MIG e gli europei del consorzio Eurofighter. In un secondo documento firmato dal Segretario di Stato i due governi hanno deciso di promuovere al contempo la realizzazione di reattori nucleari con tecnologie provenienti dagli Stati Uniti. L’intesa raggiunta per la costruzione di due centrali nucleari su territorio indiano, per cui sono già stati decisi i siti, giunge a completamento di trattative volute dall’ex presidente George W. Bush e dal leader indiano Manmohan Singh lo scorso anno. L’accordo firmato da Hillary Clinton ha quindi avuto come basi le discussioni già affrontate con la precedente amministrazione, con cui il Governo indiano aveva deciso di firmare un agreement che aveva come punti fondamentali:

  • la certezza che l’India potesse essere supportata dall’AIEA nelle attività riguardanti il ciclo di produzione del combustibile dal nucleare e la messa in sicurezza delle scorie derivate;
  • rinforzare la posizione dei due paesi affinché si riuscisse a bloccare la proliferazione globale riguardante i dispositivi atomici in ambito militare;
  • creare le basi legali affinché gli Stati Uniti potessero fornire un supporto stabile e duraturo al mercato dell’energia nucleare indiano.

Anche l’accordo sul nucleare potrebbe favorire gli interessi economici statunitensi legati alla produzione di impianti per lo sviluppo del programma e delle tecnologie indiane da utilizzare nei siti nucleari del paese asiatico. Commercialmente la penetrazione di aziende statunitensi potrebbe quindi mettere in difficoltà le aziende russe che finora hanno fornito a New Delhi i materiali e le tecnologie necessarie. L’accordo tra Washington e New Delhi sembra essere infatti un segnale politico importante sia per Mosca che per Pechino. Il pragmatismo di Barack Obama e della nuova amministrazione Democratica sembra essere il giusto grimaldello per forzare le resistenze dei Governi con cui la passata amministrazione era riuscita a dialogare senza però ottenere risultati apprezzabili in campo politico-diplomatico. La volontà di collaborare senza preclusioni di sorta lascia inoltre liberi gli inviati statunitensi di gestire situazioni che potrebbero rivelarsi irte di ostacoli difficili da superare. Non a caso Hillary Clinton, dopo aver siglato gli accordi con i rappresentanti del governo indiano, ha confermato la volontà degli Stati Uniti di continuare a sostenere il Pakistan, affinché questo si impegni maggiormente nella lotta al terrorismo. La Clinton ha poi sottolineato che l’India dovrà convivere con questa realtà e si è detta certa che il governo di Islamabad riuscirà a sconfiggere le cellule terroristiche che ancora rendono instabile la regione. Con gli accordi firmati a New Delhi la Casa Bianca muove un passo fondamentale verso una potenza regionale, l’India, con cui si troverà probabilmente a dover collaborare in misura sempre maggiore nel prossimo futuro per favorire la stabilità della regione. L’India ha inoltre una doppia valenza strategica a livello geopolitico. Da una parte potrebbe infatti diventare il naturale alleato nella regione al posto del Pakistan: paese che la Casa Bianca continua a supportare formalmente, ma che al Pentagono e al Dipartimento di Stato considerano un partner poco affidabile dal punto di vista politico oltre che militare. Non è un caso infatti che la questione Afghanistan sia stata rinominata AFPAK, Afghanistan e Pakistan, chiara dimostrazione del fatto che la credibilità del governo pakistano agli occhi degli Stati Uniti è andata sgretolandosi nel corso degli ultimi mesi. Dall’altra parte New Delhi sembra essere il partner naturale per il contenimento cinese nella regione. Sebbene la capacità di proiezione ad ampio raggio della Marina Cinese sembra essere improbabile prima del 2015, i confini strategici delle sfere d’influenza dei due paesi si intersecano già da qualche tempo. L’arco di rivalità indo-cinese si estende dalla zona di nord-est dell’Oceano Indiano allo Stretto di Malacca e al Mar Cinese Meridionale. L’area è di competenza territoriale delle forze dello U.S. Pacific Command statunitense guidato dall’Ammiraglio Timothy Keating, che potrebbe intervenire non solo in caso di continui test missilistici da parte della Corea del Nord, ma ancor più in caso di innalzamento della tensione nell’area dovuto ad iniziative della Marina Militare cinese. L’area a nord-est dell’Oceano Indiano è inoltre un presidio strategico fondamentale della Marina Indiana per la protezione del paese, mentre per la Cina rappresenta un transito vitale per le importazioni di petrolio dall’Africa e dal Medio Oriente. Negli ultimi mesi Pechino ha aumentato la propria presenza nella zona, fornendo assistenza militare a Myanmar e acquisendo diritti per l’esplorazione e l’accesso alle sue risorse naturali, mentre New Delhi ha deciso di istituire un comando integrato il cui scopo principale sarebbe il pattugliamento dell’area in collaborazione con la Marina indonesiana e thailandese. I due paesi hanno quindi aree di intervento comune con interessi confliggenti e la situazione potrebbe quindi favorire Washington in caso di attriti tra i due governi o di azioni concordate verso paesi terzi, come ad esempio la Corea del Nord. Gli Stati Uniti potrebbero quindi trarre vantaggio da un’alleanza con l’India in chiave anti-cinese, senza dimenticare che la capacità di Pechino di proiettare la potenza militare sui mari potrebbe avere ricadute sugli interessi e l’influenza di Washington in altre aree fondamentali. La possibilità di accordi con il Giappone per eventuali progetti di sicurezza nel Mar Cinese Settentrionale e l’intensificazione delle relazioni militari, come un piano comune di difesa dell’Oceano Indiano, con New Delhi potrebbero quindi permettere agli Stati Uniti di mantenere una certa influenza nella regione senza doversi sobbarcare costi elevati per l’incremento delle unità militari nella zona.

Le relazioni tra Washington e Mosca, in via di miglioramento dopo le dichiarazioni seguite all’insediamento di Obama e la firma degli accordi per il rinnovo del trattato START, viaggeranno probabilmente nel prossimo futuro su un doppio binario parallelo. Sul versante europeo le due leadership si troveranno a discutere del programma statunitense denominato scudo spaziale europeo, messo in cantiere dall’amministrazione Repubblicana guidata da George W.Bush e inviso all’establishment moscovita, mentre sul versante asiatico il Cremlino cercherà probabilmente di implementare i rapporti politico-economici con Pechino in modo da tentare una maggiore penetrazione nel continente asiatico. Con l’entrata nella fase conclusiva del progetto East Siberian-Pacific Ocean e l’accordo con il Giappone per l’esportazione di gas naturale verso l’Asia, Mosca cercherà probabilmente una maggiore penetrazione economica, così che questa possa portare a più forti legami politici con le leadership della regione. Lo scenario che potrebbe delinearsi quindi nel prossimo futuro lascerà poche possibilità di manovra alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato, che si troveranno probabilmente costretti a dover tentare il riavvicinamento a Pechino in tempi considerevolmente brevi, così da poter eventualmente ostacolare ulteriori accordi tra il Cremlino e la leadership cinese. D’altra parte sembra farsi sempre più verosimile l’ipotesi che l’amministrazione Democratica decida di alzare il livello di pressione su Mosca sul versante europeo, proseguendo nello sviluppo dello scudo missilistico e rilanciando al contempo il progetto Nabucco, che dovrebbe consentire il transito di idrocarburi dalla Turchia all’Austria. Non sarebbe comunque da escludersi l’ipotesi che la Casa Bianca decida di mantenere separati i due ambiti geografici a seconda delle questioni, ma al momento sembra più verosimile l’ipotesi che alla capacità russa di intervenire in campo energetico per intessere nuove relazioni con le potenze sul versante asiatico si avrà probabilmente una risposta di tipo politico da parte degli Stati Uniti sugli scenari europei. Resta da verificare quale sarà la percezione di Mosca rispetto ad un possibile accerchiamento strategico su due fronti, storicamente considerato dal Cremlino la peggiore minaccia per il paese. L’attività di Washington in Asia e il possibile riavvicinamento con la Cina potrebbero infatti risvegliare a Mosca timori da Guerra Fredda e i progetti della NATO, continuo allargamento verso est e adesione al Membership Action Plan da parte di Ucraina e Georgia, potrebbero infastidire non poco la leadership russa. Nell’ultimo viaggio in Ucraina e Georgia il vicepresidente statunitense Joe Biden ha infatti sottolineato che un eventuale riavvicinamento tra la Casa Bianca ed il Cremlino non avverrà a danno dei due paesi, dichiarazioni che lasciano intravedere quali siano le intenzioni di Washington sulla questione. Gli Stati Uniti rimangono quindi sostenitori convinti dell’integrazione dei due paesi nella sfera euro-atlantica e non sarebbe da escludere l’ipotesi che, a fronte di nuove tensioni in Ossezia del Sud o Abkhazia, Barack Obama decida di inviare osservatori statunitensi per integrare lo staff dei funzionari europei in missione al confine tra la Georgia e le due repubbliche separatiste. Sul versante asiatico non si può invece escludere a priori l’ipotesi che Washington decida di implementare ancora la sua presenza nelle repubbliche dell’Asia centrale. Il mantenimento della base aerea di Manas, in Kirghizistan, è costato agli Stati Uniti 180 milioni di dollari e avrà probabilmente nel prossimo futuro un prezzo assai più elevato dati gli aiuti economici promessi dalla Casa Bianca al Governo di Kurmanbek Bakyiev. La risposta del Cremlino non si è fatta attendere e il premier Dmitry Medvedev ha trovato l’accordo per l’apertura di una seconda base russa nel paese. Non sarebbe quindi da escludersi la possibilità che Washington decida, soprattutto in caso di recrudescenza del conflitto afghano, di stringere ulteriori accordi con i paesi dell’area così da poter aprire nuove installazioni di tipo logistico-militare nella zona.

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August 7, 2009

Il viaggio di Bill Clinton in Corea del Nord e i futuri rapporti tra Washington, Tokyo e Pyongyang

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I rapporti tra Washington, Tokyo e Pyongyang saranno imperniati nel prossimo futuro su due temi circoscritti ed entrambi fondamentali: l’economia e la sicurezza regionale. Il Giappone, come ha dichiarato il Ministro della politica economica e di bilancio Kaoru Yosano, sta attraversando la più grave crisi economica dal dopoguerra e il rallentamento dell’economia statunitense ha provocato una significativa riduzione dei flussi di export giapponesi. Il deficit commerciale del Sol Levante non è mai stato così pesante e la contrazione del PIL, -12,7%, ha aggravato la già difficile situazione economica. Gli Stati Uniti considerano Tokyo un partner di prima grandezza nell’area asiatica e la collaborazione tra i due paesi potrebbe estendersi a questioni che non riguardano direttamente la regione del Pacifico. Impegnati economicamente a favorire gli scambi intercontinentali, le due leadership hanno lavorato insieme nei mesi scorsi per assicurare che alle misure a sostegno dell’economia varate dall’amministrazione Democratica potesse corrispondere uno sforzo da parte del Governo giapponese, in modo da poter formare un fronte comune durante gli incontri internazionali in grado di favorire il modello economico post-crisi proposto da Washington. Sebbene Tokyo non sia più il primo finanziatore del debito statunitense - le difficoltà economiche giapponesi hanno infatti bloccato l’acquisizione di buoni del Tesoro - il paese resta ancora un partner politico ed economico fondamentale, nonché un prezioso alleato strategico per le maggiori questioni di sicurezza regionale.

Il Giappone è infatti uno degli attori maggiormente coinvolti nel caso-Pyongyang. Lo sviluppo del programma nucleare nordcoreano, con le crescenti tensioni provocate dai test voluti dal leader nordcoreano Kim Jong Il, preoccupano profondamente l’esecutivo giapponese. La Corea del Sud non è in grado di bloccare né politicamente né militarmente le iniziative della Corea del Nord, e proprio il Giappone potrebbe essere uno dei primi possibili obiettivi dei missili nordcoreani. In questo senso gli Stati Uniti hanno garantito a Seoul e Tokyo che interverranno prontamente in caso di reale minaccia alla sicurezza regionale, ma non sarebbero da escludere possibili iniziative giapponesi nel caso in cui fonti di intelligence lasciassero pensare ad un attacco imminente da parte della Corea del Nord. Il regime di Pyongyang sembra essere intenzionato a proseguire sulla strada delle provocazioni, come fin qui avvenuto, e l’arresto di due giornaliste di un’emittente statunitense sembra essere la riprova della strategia nordcoreana. Il viaggio di Bill Clinton, definito “visita privata” dalla Casa Bianca ma tacitamente approvato sia da Barack Obama che da Hillary Clinton, potrebbe rivelarsi però un primo tentativo di negoziazione su temi ben più importanti che il rilascio delle due reporter. La richiesta di Bill Clinton come incaricato per la consegna delle due detenute non sembra essere casuale: figura di primo piano in quanto ex presidente, Clinton non ha incarichi ufficiali nella nuova amministrazione ma è comunque legato alla leadership. Questo potrebbe consentire a Kim Jong Il di ricevere, come dovrebbe essere avvenuto, e consegnare messaggi diplomatici attraverso canali ufficiosi, ma comunque diretti, in modo da tentare un dialogo con la Casa Bianca. Non sarebbe quindi da escludere la possibilità che le leadership dei due paesi decidano di proseguire sulla strada di negoziati paralleli, in modo da poter giungere ad una risoluzione della questione che consenta agli Stati Uniti di riportare stabilità in un’area cruciale per i propri interessi e a Pyongyang di mantenere una minima credibilità internazionale accettando, com’è prevedibile, contropartite di natura economica a fronte della sospensione dei test.

Sul fronte interno la settimana appena passata ha portato la conferma della nomina, da parte del Senato, del giudice Sonia Sotomayor alla Corte Suprema. La nomina della Sotomayor, primo giudice di origine ispanica ad occupare uno dei posti più ambiti del sistema giudiziario statunitense, è giunta dopo settimane di dure critiche e si è conclusa con una vittoria schiacciante da parte dei Democratici. Con 68 voti a favore e 31 contrari il Senato ha quindi deciso di appoggiare la nomina fortemente voluta dal Presidente Barack Obama, che ha scelto la Sotomayor con la precisa volontà di infrangere un’altra barriera tradizionale nelle istituzioni del paese. In un breve commento la Casa Bianca ha fatto sapere che la conferma del Senato ha permesso di abbattere un ostacolo importante sulla strada di una più perfetta unione tra i diversi gruppi etnici che compongono il paese. In realtà la nomina del giudice Sotomayor non è mai stata in dubbio, data la maggioranza dei Democratici al Congresso, ma i voti giunti da alcuni degli esponenti Repubblicani a sostegno della conferma indicano che la Sotomayor è apprezzata in entrambi gli schieramenti. Il suo voto non dovrebbe alterare comunque le decisioni della Corte sui temi più delicati e non sarebbe da escludersi l’ipotesi che il giudice appena eletto manterrà una linea simile a quella del suo predecessore sulla maggior parte delle questioni. Primo giudice eletto da un presidente Democratico negli ultimi 15 anni, l’ultima nomina fu nel 1994 con Bill Clinton, la Sotomayor ha incassato il gradimento e l’appoggio di tutti i rappresentanti di spicco del Partito di maggioranza, che l’hanno sempre presentata come la scelta migliore dato che la sua carriera sembra ricalcare, per certi versi, la classica storia statunitense di successo. I leaders conservatori hanno invece cercato in ogni modo di ritardare il voto per la conferma, con l’intenzione di far slittare a settembre la decisione e ulteriori discussioni in aule. Dure critiche sono infatti giunte da parte dei Repubblicani impegnati al Senato, che hanno dichiarato come l’attivismo del giudice e il suo rifarsi con una certa costanza ad ordinamenti stranieri non sembrano essere le qualità adatte per un candidato alla Corte Suprema. Anche la National Rifle Association, storica lobby a favore delle armi, è scesa in campo contro la nomina e la conferma della Sotomayor. Con un messaggio a tutti i propri iscritti la NRA ha chiesto di non sostenere quei Senatori che avrebbero dato il loro voto favorevole per la conferma di un giudice che potrebbe cercare di limitare pesantemente i diritti dei possessori di armi. La discesa in campo di una lobby così potente non ha fermato il processo in atto al Congresso, ma saranno molti i Senatori Democratici che dovranno probabilmente rendere spiegazioni della scelta ai propri elettori durante la campagna elettorale per la riconferma. Per i Repubblicani, invece, si prospetta un compito diverso e probabilmente più arduo dati anche i risultati delle scorse presidenziali: dovranno infatti dimostrare alle comunità latinos sparse nel paese che al loro voto contrario alla conferma della Sotomayor non corrisponde la volontà di porsi contro la nomina di un giudice perché di origine ispanica. Con la nomina definitiva di Sonia Sotomayor, Barack Obama sembra aver ottenuto una vittoria importante in un’estate dominata da temi scottanti. Le prossime settimane, e ancor più i prossimi mesi, saranno quindi carichi di sfide per la nuova amministrazione sia in politica estera che sul fronte interno. Al neo presidente statunitense serviranno probabilmente tutta la pragmaticità e la carica ideologica, che sono state finora caratteristiche fondamentali della sua azione di governo, per riuscire a portare i Democratici ad un successo nelle elezioni del prossimo anno e gettare al contempo le basi per la sua futura riconferma alla Casa Bianca.

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Stati Uniti: la ridefinizione dei rapporti geopolitici nel quadrante asiatico

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Il forum di dialogo sino-statunitense tenutosi a Washington e l’accordo sul nucleare siglato con l’India sembrano essere chiari segnali di cambiamento nei rapporti che legano gli Stati Uniti e le potenze del quadrante asiatico. L’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca, con il suo stile improntato al pragmatismo, ha segnato profondamente le scelte di politica estera. La “new way” statunitense potrebbe quindi portare ad una ridefinizione dei rapporti geopolitici e a inedite partnership, non solo economiche, con i maggiori attori regionali dell’emisfero del Pacifico.

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August 2, 2009

La riforma della Sanità bloccherà il rinnovamento targato Obama?

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Progetto quasi imprescindibile per un qualsiasi presidente statunitense che si definisca progressista, la riforma del sistema sanitario nazionale potrebbe divenire un fallimento in grado di fermare la corsa per la riconferma della maggioranza Democratica al Congresso. Nelle ultime settimane la Casa Bianca si è trovata infatti a dover gestire una polemica interna che potrebbe essere il preludio al primo fallimento dell’amministrazione Democratica e un ostacolo per la volontà di riforme del Presidente. Il pacchetto presentato per la Sanità è stato pesantemente attaccato dalla leadership Repubblicana e sono molti i rappresentati delle correnti conservatrici interne al Partito Democratico ad avere forti dubbi sul progetto di riforma. La chiusura dei così detti “blue dogs” alle proposte di riforma varate dalla Casa Bianca potrebbe indebolire la carica riformatrice che ha finora contraddistinto l’operato di Barack Obama. In tal caso è facile prevedere nuovi accordi con le frange più moderate del Partito Repubblicano o nuovi passaggi da una formazione all’altra, come già accaduto nelle scorse settimane con il Repubblicano Arlen Specter passato tra i Democratici sostenitori del Presidente. Il Congresso non voterà la proposta prima del rientro dalla pausa estiva e gli ultimi sondaggi indicano che il calo di gradimento nell’opinione pubblica per la nuova amministrazione potrebbe ostacolare le discussioni tra maggioranza ed opposizione durante il percorso legislativo che porterà probabilmente all’approvazione del testo. Negli ultimi giorni Barack Obama è tornato a parlare a quegli elettori che lo hanno sostenuto durante la campagna elettorale per le presidenziali: come qualche mese fa il Presidente si è rivolto a quella parte del paese che, non solo geograficamente, si sente lontana da Washington e dalle decisioni prese nella capitale. Segnale questo che indica la precisa volontà da parte di Obama di compattare un elettorato che, ancora poco fiducioso rispetto al futuro economico del paese, che potrebbe non condividere onerosi progetti di riforma. Lo staff della Casa Bianca sta cercando di ritrovare l’ampio sostegno della popolazione, elemento fondamentale per mettere in atto importanti riforme ma che sembra ora mancare al presidente. Alcuni sondaggi indicano che la proposta per il pacchetto-Sanità ha fatto crollare l’appeal di Obama, che avrebbe ora un indice di gradimento inferiore al 50%, ma l’accordo al Senato per la votazione del provvedimento al rientro dalle vacanze estive dovrebbe metter fine a questa situazione.

 

La Commissione Finanze ha infatti presentato la prima stesura di una bozza che potrebbe portare alla discussione della riforma al rientro dalla pausa estiva, sulla base di una piattaforma condivisa in grado di far progredire l’iter legislativo con una certa rapidità. La copertura finanziaria sarebbe garantita da nuove proposte, come la possibilità di includere incentivi per i datori di lavoro affinché questi si impegnino a fornire la copertura sanitaria ai propri impiegati, situazione che dovrebbe consentire di superare lo stallo delle ultime settimane. La Repubblicana Olympia Snowe, componente della Commissione, ha dichiarato che le parti hanno lavorato affinché il documento abbia ampie parti condivise da entrambi i partiti, in modo da creare una piattaforma programmatica che riesca a supportare nel prossimo futuro eventuali nuovi accordi. La mediazione politica di personaggi importanti come il capogruppo Democratico al Senato Harry Reid ha quindi consentito di raggiungere in tempi brevi un compromesso tra posizioni che sembravano finora inconciliabili. Repubblicani e Democratici, sia moderati che conservatori, hanno invece concordato un taglio di 100 miliardi di dollari al costo complessivo della riforma, che graverà quindi sui bilanci statali per 900 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. Questa decisione consentirà probabilmente a Barack Obama di proseguire sulla via del rinnovamento interno, ma non sarebbe da escludersi la possibilità di nuovi attriti nel prossimo futuro tra le correnti interne al Partito Democratico. Le polemiche e le critiche sulla riforma della Sanità sarà probabilmente solo il primo degli ostacoli che dovrà superare Barack Obama sulla via delle riforme. Dopo un decennio di presidenza Bush gli Stati Uniti sembrano aver perso quella carica innovatrice che ha consentito al paese di rinnovarsi costantemente nel corso della sua storia. E’ forse un po’ presto per poterlo affermare con certezza, ma con Barack Obama alla Casa Bianca gli Stati Uniti potrebbero riprendere il cammino delle riforme abbandonato dopo i fallimenti della presidenza Clinton, evolvendosi ancora al proprio interno e rimanendo al contempo un esempio per il resto del mondo.

 

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